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Stefano Palladino - pagina 3

 

Articoli:

 

- Migrazioni antiche

- Museo del calcio

- Sport e filosofia

- Gli antibiotici

- Scienziati e Filosofi

- Poesia antica

- Cuba

- Zone a rischio Malaria

- Religioni in Messico

- La prevenzione delle malattie renali

- La Società dell'Informazione:Occorre permettere lo sviluppo di qualità

- Emigrazione moderna

 

 

STEFANO PALLADINO: migrazioni antiche

Lo studio dei flussi migratori nelle antiche civiltà aiuta gli antropologi del terzo millennio a capire l'evoluzione delle cause che spingevano gli individui ad emigrare.Un esempio molto originale è costituito dalla civiltà Maia. I Maya furono, come i Fenici, grandi navigatori e forse i soli dell'America che avevano nei geni l'amore per gli spostamenti migratori.

Agricoltori seminomadi quali erano, i Maya non espressero né una civiltà urbana nel vero senso della parola né un potere politico unitario.Le loro città non furono che centri cultuali, commerciali e forse anche politici, mentre la massa della popolazione viveva in comunità rurali isolate sparse all'intorno. Caratteristico ancorché inspiegabile fu il fenomeno migratorio: i Maia erano soliti spopolare totalmente tali centri in piena efficienza, come quello di Chichén Itzá, abbandonata una prima volta nel 692. Di tale fenomeno migratorio sono state date varie ipotesi: epidemie, invasioni, terremoti, rivolte contadine ecc., ma le cause reali sono finora ignote. È comunque certo che la civiltà maya raggiunse il suo apogeo in tale periodo, con scrittura e calendario perfezionati, architettura, scultura e pittura pienamente sviluppate e notevoli opere pubbliche realizzate (strade lastricate, grandiosi lavori di canalizzazione delle acque e di irrigazione). Non solo Maia ma OLMECHI, ZAPOTECHI, TOTONACHI... costruivano città e poi emigravano e svuotavano completamente costruzioni di grande architettura su cui avevano investito energie e creatività... specie nel 200 d.C. periodo in cui si fa iniziare il cosiddetto periodo classico. Tali popoli, seguendo l'esempio dei Maia, costruivano numerose Città-Stato e poi le abbandonavano: oltre a Teotihuacán, notevoli furono Monte Albán, El Tajin, Xochicalco, Cholula, Xolalpan, Zacuala. Tale periodo infatti fu caratterizzato con i nomi delle culture dominanti ...di Teotihuacán, degli Zapotechi, dei Totonachi, degli Olmechi e soprattutto dei Maya. Dall'odierno Stato di Oaxaca, gli Zapotechi estesero, a partire dal V secolo, la propria egemonia sul Messico centrale e di nord-ovest; Grazie alla loro creatività l'agricoltura, il commercio, l'arte fiorirono in tutto il territorio; vennero elaborate la scrittura, l'astronomia, la metallurgia, secondo vari studiosi mutuate dai Maya. Oggi sono rimasti segni tangibili in alcuni manufatti museali di enorme valore, come per esempio la più antica suppellettile datata :un vaso rintracciato a Tikal, nel Guatemala settentrionale che risale al 320 d.C.; Un reperto, datato, importante perchè da tale data si fa iniziare il cosiddetto antico Impero o epoca classica (320-987), l'età di maggior splendore della civiltà maya. Durante l'Antico Impero sembra che i Maya emigrassero verso ovest (Chiapas e Tabasco), verso sud (litorale pacifico) e a nord-est (Yucatán, prima fondazione di Chichén Itzá, da parte del clan Itzá). Nel secondo periodo (650-987) , legato alla diffusione della ceramica Tepeuh; emigrarono verso il sud dell'America Centrale prevalentemente a opera dei commercianti-naviganti. Lo Jus migrantis dei Maia li ha spinti a girovagare e a fondare nuovi complessi urbani : Piedras Negras, Yaxchilán, Palenque, Chankalá, Toniná, Bonampak, Copán, Tzendales, Etzná, Tulum, Kabah divennero centri di grande importanza, ricchi di monumenti spettacolari.
 

 

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STEFANO PALLADINO : museo del calcio

Il Museo del calcio va in rete. Il pallone azzurro entra nella grande rete del world wide web. Il nuovo sito del Museo del Calcio, Centro di documentazione storica e culturale del Giuoco del Calcio, è stato progettato da Wayin, e-media company del Gruppo J. Venture & Partners SpA.

Cento anni di storia, ricordi, trionfi ed emozioni raccontati attraverso cimeli ed immagini degli Azzurri di ieri e di oggi. Situato all'interno del Centro tecnico federale di Coverciano, il Museo è stato inaugurato il 22 maggio 2000 ed è finalmente online per promuovere attivamente la cultura dello sport, filosofia che anima la Fondazione Museo del Calcio fin dalla sua nascita. Lo sport porta con sé dei valori quali lealtà, gioco di squadra, correttezza, fedeltà, valori che devono penetrare nelle menti in modo particolare tra i giovani. Internet rappresenta oggi uno tra gli strumenti più interessanti per promuovere la cultura. E lo sport è cultura. Una visita al Museo del Calcio non rappresenta semplicemente un tuffo in un passato più o meno recente, ma una testimonianza viva e tangibile dello spirito che anima lo sport e chi ad esso ha votato la propria vita. Il nuovo progetto multimediale si inserisce in un più ampio programma di sviluppo e promozione, non solo del calcio, ma dello sport in generale, che la Fondazione Museo del Calcio è da tempo impegnata a portare avanti: ad un passo dalla Firenze impreziosita dalle opere di Michelangelo e Giotto, la Fondazione sta infatti avviando collaborazioni con gli Enti del Turismo per l'inserimento delle visite al Museo all'interno dei percorsi culturali ed artistici nella zona. Il sito si rivolge a tutti gli amanti dello sport e in particolare agli appassionati di calcio. La sua suddivisione in sezioni consente una navigazione facile e veloce, permettendo al visitatore un rapido reperimento delle informazioni desiderate.

 

 

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STEFANO PALLADINO : Sport e filosofia


Filosofia dello sport. La filosofia, almeno quella pragmatica, presuppone che ci si ponga la domanda: - A che serve lo sport? La risposta, come sempre, sarà plurivalente, e dovremo adattarla al nostro particolare sistema di misura morale, per definirla. C’è differenza tra chi lo sport lo pratica, chi lo segue da fuori, e chi magari lo usa per scopi che con lo sport non c’entrano. Lo sport possiede in sé un valore positivo, poiché aiuta a produrre, in chi lo pratica, miglioramenti di natura fisica, intellettuale e morale; in questo senso, non occorre arrivare primi per ottenerne i benefici. Lo sport deve consentire l’attività di chiunque vi sia portato, al solo prezzo della fatica necessaria a condurre l’impresa, fatica che dev’essere sempre ricompensata da un ritorno in virtù.

Lo sport può essere interpretato, in due modi : quello psicologico popolare, determinato dalla immedesimazione verso un campione che si considera “proprio”; quello intellettualistico, che interpreta lo sport come fenomeno psico-sociale e lo giudica come tale. La vittoria di Icco nel pentatlon, in Olimpia, avvenuta nel 472 a.C., durante la 77^ edizione di quei giochi, scatenò l’entusiasmo della popolazione magnogreca della città di Taranto, che vide rappresentata in quella impresa la propria bellezza psichica e fisica, la propria capacità d’impegno, il proprio grado di forza.

Ci si può entusiasmare anche per campioni non nostri, che vengono da lontano, come ad esempio per Nurmi, eroe della volontà; o per Zatopek, miracolo di potenza fisica prolungata, o per Lewis e Bubka, supremazie sportive ottenute senza apparente sforzo, per dono naturale. Sono queste le categorie di campioni che il pubblico inconsciamente più stima e verso le quali si immedesima più volentieri. Quando è spontanea e ben contenuta, la immedesimazione è una forma sana di giudizio acritico. Citius, altius, fortius: più presto, più in alto, più fortemente; il giudizio spontaneo che la gente comune dà dei campioni sportivi implica sempre una relazione individuale, il desiderio di perfezione del sé. Anche l’arte, la storia, la tecnologia, la scienza, producono desideri d’immedesimazione di natura analoga, e i giovani che non ne hanno stanno forse, dal punto di vista della loro futura utilità sociale, un passo all’indietro. Un secondo modo di interpretare lo sport “da fuori” è quello intellettualistico. In questo senso il campione realizza gli ideali teorici della rivoluzione liberale, i quali impongono che il merito vada a chi realmente ne è degno, senza inquinamenti. Dal punto di vista di chi lo pratica, lo sport è una lotta contro sé stessi, la cui vittoria si può ottenere, non soltanto superando un avversario, ma semplicemente gareggiando. Il proprio impegno è già giustificazione sufficiente all’impresa, ed il perfezionamento fisico sarà sufficiente compenso, anche arrivando ultimi. Tutto questo, comunque, non è filosofia, ma psicologia dei rapporti sociali.

 

 

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STEFANO PALLADINO : Gli antibiotici

Vincenzo Tiberio, molisano di Sepino, aveva intuito il potere degli antibiotici trentaquattro anni prima di Fleming. Il primo documento sul potere degli antibiotici porta una data antica: 1895. E' uno scarno, incolore libretto conservato per cento anni e più negli archivi della Università di Napoli. "Appare chiaro", vi si legge "che nella sostanza cellulare delle muffe esaminate sono contenuti dei principi solubili in acqua forniti di azione battericida". Autore, un medico da poco laureato, Vincenzo Tiberio, che aveva chiesto e faticosamente ottenuto di verificare presso i laboratori di Igiene della facoltà di medicina i risultati delle osservazioni fatte nel cortile della casa in cui temporaneamente abitava ad Arzano, un comune della provincia napoletana. A diciotto anni volle iscriversi alla facoltà di medicina.

Si stabilì che avrebbe studiato a Napoli e che sarebbe andato ad abitare presso una famiglia di parenti, i Graniero, ad Arzano. La casa era spaziosa e antica, caratterizzata da un ampio cortile: al centro un pozzo dava acqua per le necessità domestiche. Fu quella presenza a suggerire a Tiberio l'intuizione decisiva. Gli successe di constatare che gli abitanti della casa erano colti da infezioni intestinali ogni volta che il pozzo veniva ripulito delle muffe. Quando la muffa tornava a formarsi, i disturbi degli abitanti cessavano. Il giovane laureando suppose che tra i due fenomeni ci fosse un rapporto di causa ed effetto. Tiberio prelevò alcuni campioni della miracolosa sostanza e ne parlò in facoltà. Affrontò difficoltà e diffidenze. Gli fu consentito di accedere al laboratorio di igiene diretto dal professor Vincenzo De Giaxa solo dopo la laurea. Tra le prime osservazioni e la pubblicazione della relazione conclusiva passarono circa cinque anni. Manco a dirlo, l'establishment scientifico non dette peso alla scoperta. Le conclusioni sul potere antibattericida delle muffe furono registrate come una coincidenza. La relazione fu consegnata alla polvere degli archivi con la data del 1895. Nessuno pensò che la constatazione di Tiberio potesse aprire nuovi orizzonti terapeutici. Lo stesso scopritore accettò senza proteste l'archiviazione silenziosa. Ancor adesso il nome di Tiberio è ignoto ai più (benchè il Comune di Roma gli abbia intitolato una strada e la municipalità di Sepino abbia innalzato una targa sulla sua casa natia). Il medico molisano appartiene alla schiera, lunghissima, degli italiani dalla genialità misconosciuta. Era nato nel comune molisano, l'antica Saepinum, da famiglia di buona borghesia. Il padre, Domenico Antonio, era notaio: con la moglie e due figli abitava in un palazzetto signorile, oggi riconoscibile per la lapide che vi fu a suo tempo murata. Una nipote di Vincenzo Tiberio,laureata in biologia, la signora Anna Zuppa Covelli, è convinta che in quegli anni fosse impensabile tradurre in novità terapeutica la scoperta. "Le ovvie carenze della biochimica e della biologia molecolare erano tali alla fine del secolo scorso", ha scritto "da non permettere che le intelligenti indagini del Tiberio potessero approdare ai risultati concreti che 50 anni dopo permisero l'avvento in terapia della miracolosa penicillina per merito di Chain e Florey". Degli effetti terapeutici di "certe muffe" non si parlò più né a Napoli né altrove fino al 1929 quando il batteriologo scozzese Alexander Fleming, partendo da esperienze analoghe, aprì la strada alle terapie antibiotiche. Vincenzo Tiberio morì nel gennaio 1915, ucciso da una crisi cardiaca, mentre stava per imbarcarsi sulla nave ospedale "Regina Elena". Della scoperta di Arzano non si parlò più fino agli anni Quaranta, quando si ebbero in Italia le prime notizie della penicillina, il miracoloso rimedio regalato all'umanità dalla scoperta di Fleming. Solo più tardi la scienza ufficiale rese merito al precursore della sua intuizione: il fascicolo degli "Annali" con la sua relazione fu estratto dall'archivio e ristampato nel 1955 a cura dell'Istituto di Igiene dell'Università napoletana, vari congressi medici ricordarono quei trascorsi, Sepino inaugurò la lapide di cui abbiamo detto.
 

 

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STEFANO PALLADINO : Scienziati e Filosofi

A che serve la filosofia? A che serve la scienza? E l'Ignoranza?

La filosofia serve a costruire domande, le cui risposte, possono essere anche diverse, contrastanti e vere contemporaneamente. In breve, la filosofia si risolve nella curiosità di procedere all' interno di una conoscenza che sopporti di accettare l’errore, ma non di darsi poi i lacci che gli impediscano di uscirne. In questo senso il filosofo è un ricercatore assai più libero dello scienziato. A che serve la scienza? Eccone una subitanea limitazione: spetta al filosofo la risposta. Cos’è la filosofia? La filosofia è la necessità che l’animo umano spontaneamente esprime, di conoscere, non le cose per sé (che questa sarebbe una curiosità scientifica, anch’essa naturale), bensì le connessioni fra le cose, intendendo con queste sia gli oggetti fisici che i rapporti umani. La domanda pragmatica: - A che serve? Sta dunque bene alla filosofia, essendo questa la disciplina più adatta a rilevare un rapporto.

Filosofia dell’ignoranza. A che serve l’ignoranza? La risposta a questa domanda potrebbe provocare, in campo logico, una reazione a catena talmente estesa che, al suo confronto, la potenza di un milione di bombe atomiche scomparirebbe. L’ignoranza, infatti, ancor oggi, sembra sostenga il mondo. Ciò che, infatti, rende difficile la trattazione di questo tema, è che l’ignoranza non è il contrario della conoscenza; è “altro da sé” da essa, il che è assai diverso, purtroppo non facile da capire, ed anche assai incerto, come potrebbe dimostrare, per tutti i secoli, la storia dell’intolleranza umana. Se, comunemente, si titola di “ignorante” una “persona che non conosce”, allora questa lezione è impropria, in quanto nessun dizionario definisce l’ignoranza “mancanza (assoluta) di conoscenza”. “Ignorante” è, secondo la corretta definizione del dizionario Petrocchi (1933), colui “che non sa quel che deve sapere della sua arte”. Gli studiosi danno quindi, del termine, una interpretazione giustamente relativa. L’ignoranza umana, alla fine, non è “mancanza di conoscenza”, ma “deviazione della verità”. Il problema, di conseguenza, dovrebbe diventare un altro: - la verità è necessaria? – E se lo è, perché? E se poi fosse pericolosa? Sarebbe lecito dire: - La verità è Dio? La maggior parte dei filosofi sono convinti di questo. La maggior parte degli scienziati invece no e continuano a cercare prove matematiche che non troveranno mai.E in questo forse dimostrano di essere ignoranti...
 

 

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STEFANO PALLADINO: poesia antica

Ricordare Leonida ,poeta Tarantino e impostare un articolo su una eccellente traduzione di epigramma, composto nel IV secolo a.C., è un modo originale per intrigare i lettori del terzo millennio.Leonida di Taranto. Ma chi l'ha mai sentito nominare?Molti giovani di oggi non imparano più a memoria le poesie e si sentono autorizzati a non approfondire neache il senso misterioso delle cose. Ci sarà mai qualcuno che navigando in internet decida di leggere un epigramma del IV secolo avanti Cristo?

..."...Infinito, uomo, fu il tempo trascorso da che venisti all'aurora ed infinito è quello che t'attende nell'Ade. Che parte di esistenza ti resta se non per il valore di un punto e meno ancora? La tua breve vita ne è come schiacciata ed essa poi, lungi dall’essere piacevole, è più affliggente dell’odiosa morte. Ecco di quale radunanza d’ossa sono fatti i mortali, e con essa si elevano verso l’aria e le nubi! Uomo, vedi come ogni sforzo è inutile poiché la parte estrema della trama dalla quale si vorrebbe ottenere il tessuto, neanche tocca la spola! Simile è tutto a un cranio dissepolto: inutile e molto più schifoso della mummia rinsecchita d’un ragno. Giorno dopo giorno vivi con le tue forze, attieniti a vita semplice e rammenta a te stesso, finchè bazzichi i viventi, di quale paglia sei fatto..."...

Il senso del suo epigramma è chiaro : la vita umana non è che un misero punto schiacciato fra due infiniti. Rispetto al tempo e alla vita, non è che un istante: la vita stessa non è che un attimo fuggente che si ripete e che ritorna sempre diverso: ciò che sta intorno ad esso non è che memoria, o aspettativa. Tutto ciò rende più greve il senso della precarietà, in quanto nessuno può sfuggire a sé stesso, o comandare all’attimo di mutar direzione. La traduzione del presente epigramma, composto dal poeta tarantino Leonida nel IV secolo a.C., è stata eseguita e pubblicata nel 38° numero (1969) della “Rassegna e Bollettino di Statistica del Comune di Taranto”, insieme ad altri 47 epigrammi che, in tutto, costituiscono la raccolta completa delle poesie funerarie del poeta magnogreco e la metà circa della sua produzione totale. Fu merito del premio Nobel Salvatore Quasimodo l’avere restituito Leonida alla poesia introducendone, nel 1957, otto epigrammi nel suo “Fiore dell’Antologia Palatina”, e poi molti altri, fra i quali quindici letti durante una conferenza da lui tenuta nella biblioteca civica “Pietro Acclavio” in Taranto, nel 1967 .
 

 

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STEFANO PALLADINO: Cuba

Oggi a Cuba lo sport deve affrontare notevoli difficoltà. La contrazione economica che l'Isola sta attraversando impedisce allo Stato di finanziare le spese per lo sport e pertanto l'INDER ha sviluppato dalla fine del 1991 una strategia per l'autofinanziamento. I risultati di questa strategia si vedono nella continuità di successi nello sport e nell'educazione fisica. Oggi i principali introiti per mantenere questa attività provengono dai contratti di tecnici sportivi cubani che operano in altri paesi - oltre 500 in 33 nazioni -, dai premi che ricevono gli atleti nelle competizioni internazionali, dal noleggio di attrezzature, dalle sponsorizzazioni e da altre fonti. Per oltre trenta anni l'accesso a qualsiasi manifestazione sportiva, sia nazionale che internazionale, è stato completamente gratuito. Solamente ora, data la difficile situazione economica causata dal blocco, i cubani pagano un biglietto d'ingresso a un prezzo simbolico. L'articolo 52 della Costituzione che sancisce il diritto allo sport dimostra nei fatti la sua piena applicazione e permette ai cubani di coniugare un'attività ricreativa con i benefici per la loro salute.

Nonostante queste difficoltà Cuba ,ancora oggi, è il paese latinoamericano più rinomato nello sport. Con 11 milioni di abitanti, può vantare più campioni olimpici e mondiali di molte nazioni con maggior popolazione e con maggior sviluppo economico. Ai XXV Giochi Olimpici di Barcellona nel 1992, Cuba si è piazzata al quinto posto assoluto nella classifica per nazioni. Ai XXVI Giochi Olimpici di Atlanta nel 1996 all’ottavo posto assoluto. Ai XXVII Giochi Olimpici di Sydney al nono posto assoluto. Nelle ultime tre edizioni olimpiche Cuba è stata la nazione che, in rapporto al numero di abitanti, ha ottenuto più medaglie d’oro. Agli XI Giochi Sportivi Panamericani, a La Habana nel 1991, ha spodestato - per la prima volta in quattro decenni di storia di questa manifestazione - gli Stati Uniti. Nel 1995 a Mar del Plata, Argentina, e nel 1999 a Winnipeg, Canada, ha occupato il secondo posto. Molti considerano sorprendenti questi risultati e altri li considerano miracolosi: però la verità non è né l'una né l'altra. I grandi successi dello sport cubano sono la conseguenza di una filosofia che ha avuto inizio fin dal 1° gennaio 1959 con il trionfo della Rivoluzione. Prima di questa data, nelle scuole pubbliche, solo il 2% degli alunni frequentava lezioni di educazione fisica, il Paese aveva 800 insegnanti di questa materia e la maggior parte erano disoccupati. Pochi sono riusciti a mettersi in evidenza a livello mondiale: Ramón Fonst nella scherma, José Raúl Capablanca negli scacchi, Eligio Sardiñas (Kid Chocolate) nel pugilato e alcuni atleti nel baseball, sport che si pratica da più di 100 anni e che costituisce una vera passione in tutta Cuba. La Rivoluzione ha subito abolito il professionismo e quindi ha permesso a tutto il popolo di avere libero accesso alle strutture sportive. Poco dopo è stato creato l'attuale Istituto Nazionale dello Sport, Educazione Fisica e Ricreazione (INDER), la cui funzione principale è stata quella di concretizzare una delle conquiste più apprezzate dai cubani insieme alla salute pubblica e all'istruzione. Con la premessa che lo sport è un diritto del popolo, si è creata una rete di centri sportivi. Oggi si può contare su circa 10.000 installazioni relative a tutte le discipline sportive del programma olimpico. Nel 1959 questi impianti erano solamente 250.

A Cuba sono stati creati, inoltre, una Scuola Superiore di Educazione Fisica con sede a La Habana e altre simili in varie province; un Istituto di Medicina Sportiva di riconosciuto prestigio mondiale; la Scuola di Perfezionamento Atletico (ESPA) e la Scuola di Avviamento allo Sport (EIDE). In queste strutture, in moderni centri di allenamento, vengono forgiate le giovani promesse che costituiscono la base per uno sport di alto livello che ha prodotto risultati come questi: nel baseball, Cuba ha raggiunto tutti i traguardi più ambiti nel mondo, sia al massimo livello che nel settore giovanile, compresi i titoli olimpici a Barcellona nel 1992 e ad Atlanta nel 1996 nel pugilato, centinaia di vittorie alle Olimpiadi, ai Mondiali, ai Giochi Panamericani, ai Giochi Centroamericani e ai più prestigiosi Tornei Internazionali nella pallavolo, si è aggiudicata tutti gli allori nel settore femminile (tre vittorie nelle ultime tre olimpiadi) e occupa una posizione di rilievo al mondo in quello maschile numerose medaglie olimpiche sono state conquistate dagli atleti cubani anche in atletica leggera, scherma, lotta libera, lotta greco-romana, judò e sollevamento pesi negli undici Giochi Olimpici svolti dopo il trionfo della Rivoluzione, 51 cubani sono saliti sul gradino più alto del podio, 42 hanno vinto la medaglia d'argento e altri 38 quella di bronzo. In questo contesto va tenuto conto che Cuba non si è presentata ai Giochi Olimpici di Los Angeles nel 1984 e di Seul nel 1988. Quali le prospettive future? Il lavoro di 29.000 professori e specialisti sportivi e i Giochi Nazionali Studenteschi che si tengono ogni anno e ai quali partecipano più di 10.000 bambini, debitamente suddivisi in 25 discipline, garantiscono il ricambio costante dei campioni cubani.
 

 

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STEFANO PALLADINO. Zone a rischio Malaria

La Malaria e' una malattia causata da protozoi del genere Plasmodium. I sintomi della malattia sono molto variabili: essi dipendono dal Plasmodio responsabile (la forma più grave è la malaria da falciparum) e dalle condizioni del soggetto. In genere è presente febbre, a volte preceduta da brividi, mal di testa, dolori muscolari e simil-influenzali; a volte si aggiunge anemia ed ittero. I sintomi però possono essere molto lievi e non destare apprensione nel viaggiatore. Gli episodi febbrili si ripetono a vari intervalli. Le recidive si possono verificare anche dopo anni dall'infezione primaria. La malaria da falciparum, se non trattata in tempo, può determinare insufficienza renale, coma e morte.

Tali protozoi vengono trasmessi da malato a sano attraverso la puntura della femmina di zanzare del genere Anofele. A volte la trasmissione si verifica con la trasfusione di sangue e, occasionalmente, da madre a feto durante la gravidanza. Il rischio di contrarre la malaria è molto variabile in relazione al Paese a rischio che si visita, all'area (urbana o rurale) in cui si soggiorna, alle condizioni degli ambienti in cui si vive. La gravità della malattia oltre ad essere in relazione al Plasmodio responsabile dipende soprattutto dalla resistenza del Plasmodio alla Clorochina o ad altri antimalarici, alla precocità della diagnosi e del trattamento, oltre che alle condizioni del paziente. La prevenzione della malaria è basata in primo luogo sulla prevenzione meccanica e sulla prevenzione con farmaci e, in caso di infezione già avvenuta, sulla diagnosi precoce e sul trattamento precoce. La Prevenzione Meccanica ha lo scopo di impedire o ridurre al minimo le punture delle zanzare.Viaggiare oggi nei paesi a rischio come India America Latina e Africa centrale e meridionale significa andare incontro a possibili focolai infettivi. Il viaggiatore dovrà adottare le seguenti misure: a) dormire in stanze con reti alle finestre o con aria condizionata, oppure usare zanzariere, specialmente per i bambini, abbastanza ampie da poterle rimboccare sotto il materasso; sarebbe bene anche impregnarle con insetticidi; b) usare un insetticida al piretro per eliminare eventuali zanzare; c) chi sta fuori dopo il tramonto dovrebbe indossare vestiti che non lascino scoperte parti del corpo (camicie con maniche lunghe, pantaloni lunghi, selezionando abiti di colore chiaro, perchè i colori scuri attraggono le zanzare; d) spalmare o spruzzare le parti del corpo che rimangono scoperte con insetto-repellenti .Ricordare di evitare il contatto con le mucose o con gli occhi tenendo presente che il sudore riduce l'effetto di tali preparati; e) ricordare infine che le zanzare sono molto attive al buio, all'umido e al caldo. L'altro tipo di Prevenzione è quella che ricorre all'uso dei Farmaci antimalarici che però,a volte, sono controindicati; Tale tipo di prevenzione da farmaci dev'essere indicata dal medico caso per caso, tenuto conto che in molti Paesi esiste la resistenza alla Clorochina;Questa parola magica è l'unico antidoto alla malaria. Il viaggiatore deve inoltre sapere che nessun trattamento preventivo con farmaci garantisce al 100% l'eliminazione del rischio e perciò deve ricordare che per ogni episodio febbrile che insorge durante il viaggio o dopo (anche a distanza di diversi mesi dalla prima esposizione), dovrebbe sottoporsi ad esame del sangue per la ricerca dei plasmodi. Ultimo avvertimento...mai viaggiare disinformati... I farmaci consigliati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità per i Paesi a rischio,infatti, sono indicati nelle schede sanitarie per ogni Paese.
 

 

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Stefano Palladino Religioni in Messico

Chiesa del Dio Vivente Colonna e Sostegno della Verità... La Luce del Mondo Una chiesa con questa denominazione si trova a Roma,un'altra a Mestre.Entrambe fanno riferimento alla URL internazionale: www.luzdelmundo.net Potremmo chiamarli i Missionari della Globalizzazione.Nascono nell'America Latina e colonizzano l'Europa e il mondo.

La loro storia sembra quasi una favola che fa capo ad una sola persona, che dimostra di avere capacità aggreganti.La luce del mondo è legata a Eusebio Joaquín González (1891-1964). nasce a Colotlán, nello Stato messicano di Jalisco, nel 1891. Arruolato nell’esercito costituzionalista, partecipa alla rivoluzione messicana nelle file dell’ala più giacobina e anticlericale. Nel 1926 aderisce a una Chiesa pentecostale. Poco dopo, lascia l’esercito e va a vivere con la moglie nella casa dei due pastori che lo avevano convertito e che si facevano chiamare semplicemente Saulo e Silas, a Monterrey. Qui – secondo il suo racconto – il 6 aprile 1926 riceve da Dio in visione il nome di Aarón e il comando di recarsi a piedi a Guadalajara per fondare la Chiesa La Luz del Mundo. Durante il cammino verso Guadalajara predica e cerca di reclutare qualche fedele, ma è maltrattato e ripetutamente arrestato. Finalmente, il 12 dicembre 1926 arriva a Guadalajara e – spostandosi da un locale all’altro – raduna un piccolo numero di seguaci, nonostante la prevedibile opposizione dei cattolici e quella non meno viva delle comunità protestanti già esistenti, che temono la concorrenza del nuovo movimento. Finalmente, nel 1934, Aarón riesce a fondare la Chiesa La Luz del Mundo, con sede nel quartiere popolare di San Juan de Dios. Ulteriori rivelazioni che dichiara di avere ricevuto da Dio permettono ad Aarón di strutturare la Chiesa intorno a due caratteristiche che mantiene ancora oggi: una struttura gerarchica piramidale, e l’obbligo della riunione di preghiera quotidiana per i fedeli. Non tutti sono d’accordo, e ne nasce qualche scisma (il più importante, nel 1942, dà vita al movimento El Buen Pastor, tuttora esistente). Nel 1943 – un anno dopo lo scisma di El Buen Pastor – Aarón si ribattezza da solo, sia perché dubita della validità del battesimo precedentemente ricevuto, sia per segnalare il carattere autoctono e indipendente della nuova Chiesa, che non deriva la sua autorità da Chiese precedenti né da missioni straniere. Grazie a un’intensa attività missionaria, la Chiesa prospera. Nel 1952 Aarón può acquistare quattordici ettari in una zona alla periferia orientale di Guadalajara che chiama Hermosa Provincia. Qui si trasferisce la gran parte dei circa duemila fedeli della Chiesa residenti a Guadalajara, che danno vita a una vera e propria “colonia”, autoctona anche dal punto di vista economico. Fin da questo periodo, La Luz del Mundo insiste sul suo carattere nazionale e messicano, e collabora strettamente con il Partito Rivoluzionario Istituzionale (P.R.I.), partito di governo fino all’anno 2000, anticlericale e ostile alla Chiesa cattolica.

Aarón muore il 9 giugno 1964, onorato dai suoi fedeli e dalle autorità politiche. Gli succede – per suo volere – il figlio minore Samuel Joaquín Flores (1937-), mentre le spoglie del fondatore sono deposte nel Giardino del Getsemani, che sorge nel cuore della Hermosa Provincia. Sotto la guida del nuovo dirigente, La Luz del Mundo sviluppa una sorprendente attività missionaria in Messico e all’estero. I membri sono meno di cinquantamila alla morte di Aarón, settantacinquemila nel 1972, diversi milioni oggi (osservatori esterni parlano di due milioni, pubblicazioni interne di cinque). In Italia, dove il nome utilizzato (traduzione del nome completo in spagnolo) è Chiesa del Dio Vivente Colonna e Sostegno della Verità. La Luce del Mondo, la prima Chiesa è aperta nel 1996 a Venezia, la seconda a Roma nel 1998 dove ora si contano tre luoghi di culto, di cui uno chiamato “tempio” sulla Tuscolana. Un nucleo più piccolo esiste a Napoli, e attività missionarie sono svolte a Belluno e Cortina d’Ampezzo (Belluno). Simbolo della prosperità della Luz del Mundo sono i grandi templi: quello della Hermosa Provincia, completato nel 1993, costituisce uno dei maggiori – se non il maggiore (sul punto esistono controversie) – edificio di culto dell’America Latina, e – come scrive un’edizione speciale “Templos” del 14 agosto 1993 della Revista La Luz del Mundo – “testimonia all’umanità che la Hermosa Provincia è la capitale mondiale della vera fede cristiana”. Affermazioni di questo genere, evidentemente, suscitano anche reazioni. La Chiesa battezza nel nome di Gesù Cristo e dà un’importanza particolare alle visioni e rivelazioni del proprio fondatore. Peraltro, le ragioni di contrasto non sono principalmente di carattere teologico. Si riferiscono piuttosto all’esclusivismo, che tende a identificare la “vera fede cristiana” con la sola Luz del Mundo, e con il carattere di “istituzione totale” delle “colonie” dove molti dei fedeli tendono a vivere, regolando il ritmo dell’esistenza non solo sulla preghiera comune e quotidiana ma anche sulla supervisione che (tramite appositi “ministri”) le autorità della Chiesa svolgono nei confronti delle diverse attività personali. Dopo i suicidi del culto dei dischi volanti Heaven’s Gate nella vicina California, la stampa locale si chiede se vicende simili possano avvenire in Messico. Il biologo e teologo Jorge Erdely, direttore del Centro de Investigaciones del Instituto Cristiano de México punta il dito sulle presunte “potenzialità suicide” de La Luz del Mundo. Ne segue una violenta polemica, con l’intervento di teologi, sociologi, giornalisti e deputati, nel corso della quale – se le prospettive di un suicidio collettivo appaiono pretestuose – riemergono vecchie accuse di abusi sessuali che coinvolgono lo stesso fondatore e il suo successore. Il fatto che nella polemica intervengano – a sostegno della Luz del Mundo – esponenti importanti del partito P.R.I. mostra come la posta in gioco – almeno in Messico (mentre nei paesi di missione l’eco di queste controversie è modesto) – sia non soltanto religiosa ma anche, se non soprattutto, politica.
 

 

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STEFANO PALLADINO : La prevenzione delle malattie renali

Water for life: prevenzione delle malattie renali...prima di ricorrere allo specialista nefrologo. A cura del Dott. Stefano Palladino La conoscenza della funzione dei RENI e la volontà di esercitare un'azione di prevenzione primaria a livello personale... sono le condizioni per una precoce scoperta della malattia ed il conseguente immediato intervento terapeutico da parte di uno specialista Nefrologo... E' questa la ricetta magica per prevenire danni permanenti ai reni. 40.000 pazienti in dialisi e oltre 7.800 in attesa di trapianto... sono questi i dati allarmanti da cui bisogna partire per comprendere l'importanza fondamentale dell'azione capillare di prevenzione delle malattie renali. QUALI RIMEDI? Occorre sottoporsi a due semplici e veloci indagini che si rivelano preziose per individuare una eventuale affezione renale fin dalla sua prima comparsa. 1) La misurazione della pressione arteriosa 2) L'esame della proteinuria (determinazione delle proteine nelle urine). Se c'è ipertensione arteriosa e proteinuria, o anche solo proteinuria, vuol dire che c'è una malattia renale. La prima compare quasi sempre quando la funzione dei reni è compromessa, mentre la seconda svela un danno, anche modesto, a questi organi. Questo termine...proteinuria... deve diventare patrimonio del lessico comune non solo degli addetti al settore, medici di base e nefrologi, ma di tutti i cittadini. Conseguiti questi preliminari traguardi, che ovviamente devono essere consolidati... ritengo che sia nostro preciso compito individuare le iniziative e le modalità che garantiscano un'efficace prevenzione delle malattie renali, volta sia ad evitare la comparsa sia a ritardarne il più possibile la progressione clinica. Va inoltre ricordato quanto la prevenzione sia fondamentale in termine di qualità di vita dei pazienti e, non dimentichiamolo, di costi sociali. Un esempio per tutti: è stato calcolato che, nell'arco dell'anno, ogni paziente dializzato costa in media, alla struttura presso la quale è in cura, 27.300,00 euro escluse le spese per i farmaci e gli esami diagnostici. Il circa è d'obbligo. CONOSCENZA DELLA FUNZIONE DEI RENI: FILTRAGGIO/SECREZIONE/RIASSORBIMENTO. I RENI regolano il volume e la pressione osmotica del sangue ed hanno una funzione di filtro. Due reni sani filtrano circa 180 litri di acqua al giorno, ne riassorbono circa 178 litri e ne perdono circa 2 litri con l'urina.E' questa la prima formula conoscitiva utile per un'azione di prevenzione primaria che dovrebbe convincere ogni mente pensante e desiderosa di equilibrare le funzioni del proprio organismo a bere due litri circa di acqua ogni giorno.Il circa è d'obbligo: ci sono variazioni legate all'età , al peso corporeo e ad altre variabili fisiologiche ...il liquido filtrato dal rene è in gran parte riassorbito, garantendo così l'equilibrio omeostatico tra i vari composti presenti nel sangue...un equilibrio che varia da individuo a individuo. I reni eseguono tre funzioni; 1. Filtraggio: filtrano il plasma trasportandolo passivamente all'interno dei tubuli 2. Secrezione: trasportano attivamente le varie sostanze dai liquidi circostanti all'interno dei tubuli 3. Riassorbimento: trasportano le varie sostanze dai tubuli ai tessuti. I tubuli (nefroni) costituiscono l'unità fondamentale del rene; sono dei condotti che terminano in un "Tubulo collettore" ed infine nell'"uretere" che conduce l'urina alla vescica. Strettamente associato ad ogni nefrone vi è una fitta rete di capillari (glomerulo) che partecipa allo scambio dei fluidi. Ogni rene possiede circa 1.300.000 nefroni. La terza formula di conoscenza utile per la pprevenzione delle malattie renali è legata alla diet... Diminuire eccessivamente la percentuale di grasso corporeo è decisamente dannoso. Si sono verificati addirittura casi di abbassamento patologico dei reni, causati dalla perdita dei cuscinetti lipidici che appunto sostengono i reni. I ricercatori sono inoltre concordi nell'affermare che una dieta a troppo basso contenuto di grassi, riduce il testosterone biologicamente attivo nel sangue. IL RUOLO DEI CARBOIDRATI NELLA PREVENZIONE DELLE MALATTIE RENALI: Quando si fanno pasti ricchi di elevate dosi di zuccheri, il glucosio ematico aumenta e in risposta viene liberata l'insulina. Il ruolo dei carboidrati nella funzione renale coinvolge l'insulina. Quest'ormone possiede svariate caratteristiche: - riduce la glicemia quando è elevata - spinge i processi metabolici all'accumulo di glicemia. - trasforma il glucosio e le proteine in grasso. - immagazzina il grasso presente nel cibo. - trasferisce il grasso presente nel sangue agli adipociti. - aumenta la produzione di colesterolo. - aumenta, attraverso i reni, la ritenzione idrica. - stimola la produzione di cellule muscolari lisce sulle pareti dei vasi. Tra le caratteristiche vi è dunque la tendenza a far riassorbire, una maggiore quantità di acqua, ai reni. Nonostante spesso si cerchi di limitare l'intervento dell'insulina, questa sua caratteristica (maggiore ritenzione idrica da parte dei reni), è utile sopratutto se abbinata ad una dieta iperproteica che come si è visto tende a far aumentare la perdita di acqua.

 

 

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STEFANO PALLADINO : La Società dell'Informazione:Occorre permettere lo sviluppo di qualità


Pochi sono ancora coloro che hanno una effetiva percezione della grande discontinuità che si sta verificando con impatto sulla intera società, sull'economia, sulle istituzione. La rivoluzione dell'informazione ha caratteri di radicale discontinuità rispetto alle rivoluzioni industriali sperimentate in passato. Sono in atto contemporaneamente due potenti forze che si rafforzano a vicenda con straordinari effetti ... la prima é la crescita geometrica della tecnologia dell'informazione e comunicazione (basti ricordare la crescita della potenza dei calcolatori che raddoppia in pochi mesi o la crescita delle interconnessioni di Internet che raddoppia con la stessa velocità; c'é un esempio sul libro di Negroponte che mostra la mostruosa crescita di una progressione geometrica). Crescita e pervasività della tecnologia sotto la spinta del fenomeno della digitalizzazione delle informazioni per cui categorie da sempre separate (come ascoltare musica, leggere un libro, andare al cinema, guardare la TV, scrivere una lettera, fare una telefonata, fare calcoli, disegnare, ecc.) vengono unificate divenendo bit, segnali elettronici per cui tutto può essere trattato in modo omogeneo, integrato (occore un decodificatore per tradurre i bit in forme di informazione diverse). La digitalizzazione é un fenomeno rivoluzionario destinato a incidere profonadmente e di cui ancora non abbiamo una precisa valutazione.La seconda forza é il processo di globalizzazione che cresce a vista d'occhio ogni giorno e che sta scardinando il cosidetto ordine economico mondiale (il libro di Dahrendorf é molto esplicito sui rischi che corre l'Occidente industriale ed in spece l'Europa). Queste due forze mettono in crisi non solo i concetti di spazio e di tempo, ma intere culture ed organizzazioni industriali. Aprono la strada ad un nuovo scenario globale ed immateriale dove chi non si adegua rapidamente rischia l'emarginazione (la velocità del tempo di cambiamento é profondamente diversa dal passato e vi sono ostacoli culturali più elevati; non a caso in questa rivoluzione i popoli 'giovani' sono più favoriti). Vi é una grande incertezza (e preoccupazione) non solo nei governanti o nella gente, ma anche ngli operatori. Basta pensare a quanti megadeals della multimedialità anche in Usa sono stati annunciati, siglati e poi cancellati. Quante riorganizzazioni, downsizing, rifocalizzazione nell'industria informatica, nelle telecomunicazioni, nei media negli ultimi anni. I processi non sono più lineari. La convergenza tra industrie diverse richieste di affrontare il mix di culture diverse e la loro integrazione. Lo sforzo affrontato con la creazione di Omnitel e che si sta affrontando con l'avvio di Infostrada é stato enorme non soltanto in termini finanziari, ma sopratutto in termini culturali, avendo ben presente che l'entrata nelle telecomunicazioni non significava affatto l'abbandono della cultura dell'informatica, ma l'integrazione ed il superamento delle due culture per costruire qualcosa di nuovo che non é più solo telecomunicazioni o solo informatica, ma é la risposta al nuovo scenario che si sta definendo. Questo faticosissimo processo é stato da alcuni non correttamente interpretato quasi significasse l'abbandono dell'informatica per diversificare in un altro settore. In realtà questa mutazione va nella direzione del nuovo scenario della Società dell'Informazione.



Lo sviluppo della Società dell'Informazione non é un processo spontaneo inerziale o per lo meno gran parte delle sue conseguenze non sono inerziali. Un Rapporto del Club di Roma sulla Rivoluzione microelettronica metteva in evidenza già nel sottotitolo 'For better and for worst' l'ambiguità della grande rivoluzione che si stava profilando e l'esigenza di guidare e non lasciarsi guidare dalla tecnologia. Ben diversi appaiono oggi atteggiamenti esageratamente fideistici e acritici quali si riscontrano in libri di grande successo come il 'Being Digital' di Negroponte o 'The road ahead' di Gates, che una recente critica ironicamente reintitolava 'Heavy fog on the Superhighway'. All'opposto vanno collocate le posizioni fortemente conservative ed interessate di coloro che intendono difendere i previlegi di rendite corporative. Non vi é dubbio che questo nuovo scenario sta determinando e determinerà rilevanti effetti sull'occupazione sia per effetto della crescita della produtività sia per i profondi mutamenti dei confini tra le attività con la morte e la nascita di imprese. Così come inerzialmente può allargare i fenomeni di emarginazione ed esclusione sociale: l'analfabetizzazione informatica rischia di rimandare indietro le conquiste dei processi di scolarizzazione. In Usa é molto vivo il dibattito sulla spaccatura tra have and have nots del nuovo scenario. Né questa mutazione é e sarà senza conseguenza sugli assetti politici e sulla domanda nuova di democrazia........Va perarltro messo in evidenza in positivo che la tecnologia consente di accelerare i processi di sviluppo per le economie storicamente più arretrate, come dimostra ampiamente la straordinaria crescita dei paesi asiatici. Mi sembra che un chiaro punto di riferimento venga dalla posizione espressa nel Rapporto Bangemann sull'Europa e la Società Globale dell'Informazione elaborato nel 1994 da un gruppo di industriali ed esperti europei tra cui per l'Italia De Benedetti. In esso si indicava chiaramente che la Società dell'Informazione non nasce da un processo di pianificazione centrale o da grandi investimenti pubblici in infrastrutture. Nasce invece dalle esigenze delle imprese, dei cittadini, del mercato, purché siano create e favorite condizioni adeguate in termini di effettiva concorrenza pluralistica in un quadro di regole precise e fatte rispettare che tutelino la privacy, la proprietà intelettuale, la sicurezza. Occorrerrerà investire sempre più nelle risorse umane che rappresentano il fattore strategico di questo scenario. Il processo di costruzione della Società dell'Informazione non può limitarsi a livelli nazionali, ma deve assumere dimensione almeno europea in stretto collegamento con la crescita del processo di integrazione del mercato, dell'economia e della società europea. Applicazioni in grado di mostrare concretamente la S.I. dal telelavoro all'insegnamento a distanza, dalla telemedicina alle amministrazioni inteligenti a quello che é definito l'electronic commerce, cioé gli appalti pubblici in rete, il traffico intelligente, le città digitali, le reti tra università, le reti di servizi per le PMI, ecc. La S.I. ha un modello operante e visibile, la rete Internet oggi è divenuta simbolo e catalizzatore della grande mutazione, forse in maniera eccessiva. Internet sta rivoluzionando i piani di tutti gli operatori del settore, sia nell'informatica che nelle telecomunicazioni che nei servizi on line e multimediali ed anche nei media. Internet ha spinto in avanti il ruolo delle reti, dell'intelligenza sulle reti ed ha percorso il tempo in cui tra non molto il costo della trasmissione scenderà quasi a zero (indipendentemente dai cosidetti ritocchi di Telecom che appaiono l'estrema reazione di difesa del monopolista).Internet ha un gran merito: ha fatto capire che cosa vuol dire interattività, cioé non più l'one to many della televisione passiva, ma il many to many attivo. La personalizzazione dell'informazione (vado a cercare ciò che voglio sapere, non quello che altri vogliono che io sappia) contro la standardizzazione del messaggio. C'é un valore straordinario nella interattività, purché tale valore sia efficacemente difeso. Pensiamo al grande interesse per le reti civiche, per reti come Italia online. La standartizzazione, la banalizzazione é dietro l'angolo sempre ...........................Il rischio che anche Internet divenga un caotico supermarket é molto vicino. E cresceranno i vincoli alla libera circolazione. Ma Internet ha aperto una strada diversa, una strada che cambierà i modi e gli strumenti con cui si gestiranno le informazioni nella S.I. (vediamo per ora solo la punta dell'iceberg, come qualcuno ha detto siamo un pò come all'inizio della storia della radiodiffusione quando si usavano le radio a galena). Il punto chiave é prepararsi, come industria, come operatori, come utilizzatori. Mettere intelligenza nelle reti, nei servizi, dare qualità nei servizi, nei contenuti. ---------------Il contenuto, l'informazione, sarà il fattore determinante, non le reti, non gli strumenti elettronici, anche se la tecnologia é fondamentale. Il valore aggiunto si sposterà sull'informazione intelligente: c'é oggi uno sviluppo interessante nel software. I programmi di gestione sw si attaccano all'informazione in modo da renderla operativa (Java applets) per cui non importa più se uso Windows e Macintosh. Questo richiede di investire in intelligenza dei fornitori e degli utilizzatori.Occorre permettere lo sviluppo di un mercato pluralistico, competitivo in grado di autogestirsi ed autocontrollarsi.

 

 

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Stefano Palladino. ESA: Emigrazione moderna


«Sotto i missili preparo la polenta a Kuwait City» Il giovane chef bergamasco non intende chiudere il ristorante nel centro della capitale «Il missile di venerdì sera è caduto proprio dietro il mio ristorante. Sì, mi trovo in una zona sensibilissima di Kuwait City, ma la mia decisione ormai è presa: continuo a servire pappardelle e brasato, nonostante bombe e scud». Ivan Beretta, 31 anni, di Romano di Lombardia, crede «nell'energia positiva. C'è così tanta gente nel mondo che prega per la pace e io sono convinto che questa forza positiva arrivi fino a qui». Il ristorante del quale è gestore - «La Piazza», specializzato in cucina italiana - è uno dei pochi che nella capitale kuwaitiana non ha abbassato la saracinesca. E, in questi giorni, se da una parte ha perso un po' della clientela abituale - indigeni che se ne stanno rintanati nei bunker sotto le loro case, oppure uomini d'affari e turisti occidentali - dall'altra ha guadagnato il truppone dei giornalisti, provenienti da tutto il mondo, attirati a Kuwait City dal conflitto iracheno. Tutta gente che mangia in abbondanza, anche perché è spesata dalle rispettive testate. E il cibo non manca: «Qui si sono preparati da tempo: nei magazzini, tutti ad alta tecnologia, sono stipati alimenti per vivere con sicurezza per almeno sei mesi». Il ristorante, posto nel centro della capitale e di proprietà del ministro della Comunicazione, è uno dei più grandi e più accoglienti, con una cinquantina di tavoli e trenta dipendenti, otto dei quali ai fornelli. Il bergamasco Beretta, che lo ha aperto due anni fa, è «chef-patron», il che significa che ne cura tanto la gestione quanto la cucina. Ma non è affatto alla sua prima esperienza estera. Tutt'altro. Il curriculum del romanese è piuttosto variegato e caratterizzato da continui spostamenti da un continente all'altro. Dopo l'apprendistato svolto con lo zio Aldo al ristorante Gourmet di Bergamo a fianco dello chef Stefano Toson, ha infatti lasciato l'Italia all'età di 19 anni, per cercare fortuna in America, dove ha lavorato per il ristorante italiano Da Bice; sempre per lo stesso gruppo poi è emigrato a San Paolo in Brasile, poi ad Amsterdam e a Montecarlo. Quindi a Hong Kong, nel ristorante caraibico della stilista bergamasca Krizia, e ancora a Manhattan, a Marbella in Spagna, sempre in ristoranti italiani di alberghi di lusso. Poi a Marrakesh, in Gran Bretagna e in Turchia. «La vita qui è apparentemente normale - spiega Beretta - anche se in realtà siamo sottoposti a un continuo stress. Quando suona la sirena, che avvisa degli attacchi missilistici, cerchiamo tutti rifugio da qualche parte, anche se i kuwaitiani sono più fatalisti di noi europei. Dicono: se si deve morire, si muore. Fino a qualche notte fa, dormivo nel bunker dell'Ambasciata d'Italia dove hanno organizzato un'unità di crisi per la sicurezza dei connazionali. Ma adesso resto al mio posto, al ristorante. Lo tengo aperto pomeriggio e sera dalle due alle dieci. E quando suona la sirena che segnala l'arrivo dei missili, trovo accoglienza nella vicina chiesa cattolica, dove vi è un posto sotterraneo dove ripararsi». Per di più, c'è anche il rischio di attentati, dato che si sa che nel Paese è attiva una cellula di terroristi filo-iracheni, nonostante la presenza massiccia delle truppe angloamericane. Gli italiani a Kuwait City erano 250 prima dello scoppio della guerra, oggi non sono più di 100.


Molti sono tornati in patria ma Beretta - che a Romano ha i genitori, due fratelli e due sorelle, tutti un po' in trepidazione - ha deciso di restare. «Non posso andar via, gestisco un ristorante con 30 dipendenti, sarebbe da irresponsabili. In ogni caso i voli aerei sono bloccati o limitati. Rientrerò in Italia più avanti». Intanto, comunque, il ristorante italiano, grazie anche all'apporto di quelle portentose «buone forchette» di giornalisti, funziona quasi a pieno regime, pur con tutti i limiti imposti dalla religione musulmana. «I casoncelli - spiega Beretta - hanno il ripieno con carne di vitello e non di maiale, la cui carne qui è bandita. Il discorso vale anche per le bevande alcoliche. La vendita e la distribuzione sono rigorosamente vietate. Io suggerisco ai clienti occidentali di abbinarvi l'acqua (che è sempre meglio dei succhi di frutta o della birra analcolica), anche se è un peccato mangiare un arrosto senza del buon vino rosso. I giornalisti, da questo punto di vista, sono disperati». Lo chef-manager di Romano prepara anche piatti a base di polenta, che vengono molto apprezzati dalla clientela.

 

 

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