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Stefano Palladino -
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STEFANO
PALLADINO: Emigrazione in Perù
La «cultura della mobilità» era un elemento importante quasi innato tra gli
italiani che già in epoche antiche percorrevano, come emigranti, i mari del
mondo...ma i genovesi superavano tutti gli altri . Il maggior numero di
emigranti liguri giunse,nel Perù, nel periodo compreso fra il 1840 e il
1880, durante il quale coincisero una serie di fattori di espulsione
dall’Italia e di attrazione in Perù. Fra i casi piú noti citiamo quello di
Giuseppe Canevaro (1803-1875) il commerciante e capitano di nave che
accumulò una fortuna dedicandosi al commercio marittimo, fu console del
regno di Sardegna e poi primo console del regno d’Italia. Suo figlio
Napoleone (1838-1926) fu inviato a studiare in Italia, dove fece carriera
nella Marina arrivando al grado di ammiraglio e ministro. Altri ricchi
imprenditori in questo periodo furono Denegri, Larco, Figari e Basso, tutti
di origine ligure. In genere, gli emigranti arrivati in questo periodo
incominciarono un ciclo di ascesa economica e sociale. Ci fu una grande
mobilità occupazionale: iniziarono come bottegai, poi divennero commercianti
all’ingrosso e finalmente investirono in immobili e in terre.
Il processo emigratorio scatenava energie che erano profuse in un lavoro
assiduo e perseverante, con una forte motivazione al risparmio (dettato dal
desiderio di rientrare in Italia). Elementi che a quei tempi erano scarsi
nella società peruviana, in cui predominava il consumo superfluo, mentre la
classe dirigente peruviana aveva uno stile aristocratico, eredidato dalla
aristocrazia di origine spagnola. Gli imprenditori italiani che si
affermarono in quegli anni furono fra i primi a costituire la borghesia
moderna peruviana, non solo per lo stile di vita, ma anche per le idee da
essi professate. La maggior parte di coloro che arrivavano, piú che da
emigranti era costituita da marinai disertori che aprivano un piccolo
negozio o si dedicavano al cabotaggio. A metà del secolo scorso gli
equipaggi delle navi che salpavano dal porto di Genova avevano ragioni
sufficienti per disertare, perchè trovavano condizioni di lavoro favorevoli
nell’economia peruviana in piena espansione mercantile. In Perù si stavano
sviluppando rapidamente le attività portuali e commerciali in coseguenza
dello sfruttamento dei grandi giacimenti di guano, lungo le isole del
litorale peruviano. Insieme alla componente marinara, proveniente dalla
riviera ligure, in particolare dal circondario di Chiavari, dal 1850 in poi
cominciò ad arrivar una componente rurale o semi rurale, proveniente dai
paesi interni di quella provincia. Le motivazioni alla base di questa ultima
componente migratoria sono da mettersi in rapporto con le crisi periodiche
della precaria economia agricola dell’interno della Liguria durante tutto
l’Ottocento. Questi ultimi costituivano la classe sociale più bassa degli
immigrati italiani, avendo iniziato dalle attività piú umili (garzoni,
ortolani e bottegai). Nel 1857 c’erano 3.142 italiani a Lima e nel 1876 la
presenza italiana in Perù arrivò al suo massimo storico con 10.000
emigranti. Negli anni seguenti, l’emigrazione italiana di massa non toccò le
sponde peruviane, ma si diresse verso i paesi del versante Atlantico. Ciò fu
dovuto in primo luogo al ruolo economico di questa emigrazione, costituita
da imprenditori (piccoli e medi commercianti) e in secondo luogo al fatto
che non esisteva un mercato di lavoro moderno che potesse reclutare
lavoratori dipendenti. D’altro lato si deve tener conto di un aspetto
demografico e geografico: in Perù non si è mai verificato un «vuoto
demografico» che potesse «assorbire» il flusso emigratorio massiccio che
incominciò in quegli anni. Questa costituisce la differenza sostanziale fra
i paesi del versante dell’Atlantico (Argentina, Uruguay e Brasile) e i paesi
del versante del Pacifico come il Perù. Lo stesso si può dire per i paesi
centro americani e il Messico. In questi paesi non c’erano grandi estensioni
di terra a disposizione di coloni emigranti. La poca terra disponibile
(dovuto alla presenza di grandi catene montuose come le Ande) era occupata
dalla popolazione indigena, la quale si offriva anche come manodopera per i
latifondi.
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STEFANO PALLADINO : acqua e fame
Diritto
all’acqua e diritto al cibo. Il 70% del consumo mondiale di acqua,
comprendendo sia tutta l'acqua deviata dai fiumi che quella pompata dal
sottosuolo, è riservata all'irrigazione, il 20% all'industria e il 10% va
alle abitazioni. Ne consegue che il mondo non sta affrontando solo una crisi
idrica, ma anche una crisi alimentare.
I deficit idrici, che stanno dando impulso a pesanti importazioni di grano
in numerose piccole Nazioni, potrebbero avere le stesse conseguenze nei
paesi più grandi come la Cina o l'India. Molti altri Paesi stanno andando
incontro a deficit idrici, comprese praticamente tutte le Nazioni dell'Asia
Centrale, del Medio Oriente e Nord Africa, più India, Pakistan e Stati
Uniti. In epoche storiche, la scarsità d'acqua era un fenomeno locale, ma in
un regime economico sempre più globalizzato, la siccità può superare i
confini nazionali attraverso il commercio dei cereali. I Paesi con problemi
di approvvigionamento idrico spesso soddisfano i crescenti fabbisogni della
città e delle industrie dirottando l'acqua destinata all'irrigazione e
importando i cereali per bilanciare la risultante perdita di produzione.
Considerato che, per produrre una tonnellata di cereali sono necessarie fino
a 1000 tonnellate di acqua, il futuro delle colture cerealicole mondiali
coinciderà presto con il futuro delle risorse idriche. Benché conflitti
militari per l'acqua siano sempre una possibilità, la competizione per le
risorse idriche sembra più probabilmente destinata ad aver luogo sui mercati
mondiali dei cereali. Ciò si può gia vedere con l'Iran e L'Egitto, entrambe
attualmente importano più grano del Giappone, tradizionalmente il principale
importatore a livello mondiale. Le importazioni coprono il 40 per cento o
più del consumo totale di grano, riso e altri cereali in entrambi gli Stati.
Numerosi altri Paesi in deficit idrico ricorrono alle importazioni di
cereali. Il Marocco importa la metà dei cereali di cui ha bisogno. Algeria e
Arabia Saudita oltre il 70 per cento. Lo Yemen importa quasi l'80 per cento
del suo fabbisogno e Israele più del 90 per cento.
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STEFANO PALLADINO : sprechi d'acqua
Italia campione di sprechi d'acqua in Europa.
L'acqua è l'elemento vitale per la sopravvivenza del nostro pianeta e la
corretta gestione delle risorse idriche è la sfida principale del nuovo
millennio. Il nostro progressivo intervento sui cicli idrici ha creato una
crescente "appropriazione" dell'acqua per i nostri scopi (irrigazione,
agricoltura, industria, usi civici ecc.), acqua che sottraiamo in sempre
maggiori quantita' e della quale compromettiamo ulteriori usi a causa
dell'inquinamento pervasivo che ormai interessa pesantemente molti fiumi,
laghi ecc. In media, in Italia, il 15% circa del volume di acqua erogato
proviene dalle acque superficiali, mentre l'85% dalle acque sotterranee (di
cui il 53% da pozzi e il restante 47% dalle sorgenti).
Gli usi domestici nel nostro paese assorbono il 15% della domanda d'acqua e
siamo ai vertici dei consumi europei per il prelievo pro capite, che è di
249 litri a testa all'anno. L'uso industriale assorbe il 25% e presenta uno
dei peggiori indici di consumo di acque per unità di prodotto. L'uso
agricolo assorbe il 60% della domanda di acqua e siamo uno dei paesi che
consuma la maggiore quantità d'acqua per ettaro irrigato. Tra i problemi
principali che causano questo triste primato oltre ai prelievi e ai consumi
incontrollati e dissipativi vi sono l'arretratezza dei sistemi di adduzione,
distribuzione, smaltimento: le perdite stimate sono del 27% dell'acqua
addotta prima di arrivare all'utenza, e di un +5% per l'inadeguatezza degli
impianti domestici. Inoltre, il 12.9% del volume di acqua erogato non
risulta fatturato e quindi non è valutabile economicamente Nel nostro paese
esistono 150 mila chilometri di conduttore da censire per poter operare, per
migliorare la manutenzione e procedere alla ricostruzione Esistono 13 mila
acquedotti indipendenti che distribuiscono circa 600 mila metri cubi di
acqua l'anno. Aumentano ogni giorno le denuncie di irregolarità nel servizio
di erogazione dell'acqua, percentuale che cresce sino al 30% in Calabria e
al 45% in Sicilia, dove pesanti sono le inadempienze amministrative, le
disfunzioni e il controllo della risorsa da parte della criminalità
organizzata.
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STEFANO PALLADINO : acqua e UV
Pulire le acque con la luce UV I raggi U.V., invisibili all'occhio nudo,
vengono generati ed intensificati da apposite sorgenti luminose; fisicamente
sono simili a quelli naturalmente prodotti dal Sole.È da prendere in
considerazione che, a tutt'oggi, la gran parte, se non la quasi totalità,
delle acque superficiali sono contaminate, sia chimicamente sia
batteriologicamente, e che cresce sempre di più il numero di pozzi e di
sorgenti acquifere inquinate da colibatteri. Da qui emerge la necessità di
trovare efficienti mezzi per depurare le acque.
La capacità germicida dei raggi ultra violetti è massima alla particolare
lunghezza d'onda di circa 2540 angstrom (equivalenti a circa 254 nanometri),
che è quella esattamente prodotta dai vapori di mercurio a bassa pressione.
Numerosi sono i vantaggi che si possono ottenere nel processo di
sterilizzazione mediante l'utilizzo della tecnica a raggi U.V in quanto
l’azione è immediata, le acque non vengono inquinate con altre sostanze
chimiche, non occorre riscaldare o raffreddare, non vi è rischio di
sovradosaggio. Scienziati del National Institute of Standards and Technology
(NIST) degli Stati Uniti e dell'Università del Maryland in uno studio,
pubblicato sul numero di settembre della rivista “Environmental Science &
Technology”, hanno scoperto che la luce ultravioletta può essere utilizzata
per ridurre in modo sostanziale la concentrazione di sostanze chimiche
tossiche nei sedimenti dei letti dei fiumi. Utilizzando i fasci di elettroni
e la luce ultravioletta sono stati in grado di detossificare con efficacia
le sostanze chimiche proibite note collettivamente come bifenili
policlorurati, o PCB, che penetrando nella catena alimentare e aumentano il
rischio del cancro negli esseri umani. Si è visto che i fasci di elettroni
ed i raggi UV sono in grado di decontaminare da Cl (cloro) i PBC; se questa
tecnica potrà essere utilizzata dipenderà dai costi e bisognerà trovare il
sistema di portare i fasci di elettroni sul posto.
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STEFANO PALLADINO : effetto serra
Effetto serra e agricoltura. L'attività umana ha influenzato il clima da
sempre, e non solo dalla rivoluzione industriale. Alcuni ricercatori hanno
studiato il livello di metano presente nell'atmosfera nel primo millennio
dopo Cristo, e hanno dimostrato che le emissioni di gas serra sono
cominciate molti secoli fa, anche se il loro livello ha avuto una crescita
drastica negli ultimi secoli. Per arrivare a queste conclusioni i
ricercatori hanno analizzato i campioni di ghiaccio prelevati in Antartide:
è stato possibile studiare le tracce di metano nelle bolle d'aria presenti
nei ghiacci di 2000 anni fa grazie a una nuova tecnica che permette di
calcolare la quantità e anche la provenienza del gas trovato nel ghiaccio.
Le emissioni di gas serra nel periodo preindustriale, risultate molto più
massicce del previsto, erano dovute soprattutto agli incendi appiccati dagli
uomini per fare posto agli insediamenti e all'agricoltura. “L'umanità ha
imparato a usare il fuoco da centinaia di migliaia di anni e anche quando la
popolazione umana era relativamente scarsa gli incendi erano frequenti e di
grandi dimensioni”.
In America, in particolare, sembra che ogni anno venissero bruciate grandi
estensioni di prateria per favorire l'agricoltura e l'allevamento, o anche
per incanalare la selvaggina verso le aree di caccia. In Amazzonia poi gli
incendi su larga scala venivano usati sistematicamente per migliorare la
fertilità del suolo. I dati della ricerca indicano che le emissioni dovute
agli incendi sono diminuite verso il 1700, anche a causa dello sterminio
delle popolazioni amerindie provocato delle malattie portate dagli europei.
Gli stessi europei, con la rivoluzione industriale, hanno poi contribuito a
loro volta a far risalire la quantità di emissioni, fino a superare
ampiamente i livelli del primo millennio. Questi dati possono essere utili
agli ecologisti e catastrofisti che usano lo spauracchio ambientale moderno
per creare ansia nella popolazione.Una corretta conoscenza degli eventi
catastrofici del passato può aiutare l'uomo moderno a non drammatizzare mai
ma ad avere fiducia nel progresso tecnologico.
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STEFANO PALLADINO: ghiacci in frantumi
Piattaforme di ghiaccio in frantumi Una enorme piattaforma di ghiaccio
antartico denominata Larsen B22 formatasi negli ultimi 12 mila anni, spessa
200 metri ed estesa su un'area di 3.250 chilometri quadrati, si è frantumata
in meno di un mese liberando 720 miliardi tonnellate di ghiaccio. Un
pericolo per l'innalzamento dei livelli dei mari?Sembrerebbe di no...e le
spiegazioni sono abbastanza comprensibili. Larsen B22,infatti,commentano gli
esperti, era una delle cinque enormi piattaforme di ghiaccio che galleggiano
nell'Antartide. Ed è per questo motivo che non si solleveranno i livelli dei
mari .Diverso invece sarebbe qualora iniziasse a sciogliersi il ghiaccio
presente sul continente antartico, quello presente sulla terra ferma.
Nel 1995 si era staccata un'altra enorme piattaforma di ghiaccio denominata
Larsen A, ma l'eco nei mass media soprattutto in Italia fu molto inferiore
rispetto ad oggi. In totale pertanto si è frantumata e si sta sciogliendo
una superficie di ghiaccio pari a 5.700 chilometri quadrati ossia il 40 per
cento della penisola di Larsen. Larsen B22 è il più drammatico evento di
questi ultimi 30 anni. Il crollo della sezione nordica della piattaforma è
stato osservato dal satellite ed è stato analizzato al centro di dati
nazionale sulla neve e il ghiaccio degli Stati Uniti a Boulder, Colorado. La
massa del ghiaccio si è frantumata formando migliaia di enormi iceberg che
ora sono alla deriva nel mare di Weddell. I ricercatori hanno osservato una
grande quantità di acqua sulla superficie del ghiaccio ancora il 31 gennaio
scorso. Era il risultato di un'estate particolarmente calda nella penisola
antartica. La parte della piattaforma che si è disintegrata era quasi
esattamente nella stessa regione coperta dai ristagni della fusione d'acqua
avvenuta appunto alla fine di gennaio. Gli scienziati avvertono: "È un
indicatore di che cosa potrebbe accadere se continuerà questo riscaldamento
significativo intorno alle regioni litoranee dell'Antartide". La penisola
antartica in sostanza si sta scaldando più rapidamente di un qualsiasi altro
luogo in Antartide. Le letture di temperatura dalle stazioni di ricerca
hanno indicato un aumento di due gradi e mezzo in questi ultimi 60 anni.
Tuttavia, il ghiaccio che si separa dalla piattaforma non è un fatto
insolito in sé fanno sapere gli scienziati dell'Università del Colorado che
seguono gli avvenimenti antartici. Gli scienziati inglesi dal canto loro nel
1998 avevano avvertito che numerose piattaforme erano condannate a
frantumarsi ma ciò che li ha colti di sorpresa è stata la velocità con cui
si sono manifestati i fenomeni che avrebbero dovuto manifestarsi in tempi
molto più lunghi. "È duro credere che 720 miliardi tonnellate di ghiaccio si
siano disintegrate in meno di un mese" hanno commentato. Gli inglesi intanto
stanno perlustrando la zona con la nave RRS James Clark Ross per fotografare
gli iceberg e raccogliere campioni di ghiaccio.
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STEFANO PALLADINO: i fulmini …questi sconosciuti
I fulmini fanno sempre paura e provocano più vittime di quanto comunemente
si possa immaginare.Sono delle scariche elettriche improvvise e violente che
si verificano tra due nubi oppure tra una nube e la superficie terrestre a
causa di differenze di potenziale molto elevate nell'ambito dell'atmosfera.
Il fenomeno si manifesta con un effetto luminoso (lampo) ed uno sonoro
(tuono) che non vengono percepiti simultaneamente dall'osservatore a causa
delle diverse velocità di propagazione della luce (300.000 Km/s) e del suono
(340 m/s). Il lampo viene visto pertanto quasi istantaneamente, mentre il
tuono viene udito dopo un intervallo di tempo tanto più grande quanto più è
distante il fulmine.
La prima mappa planetaria dell'attività dei fulmini è stata tracciata dalla
NASA. I dati sono stati ottenuti grazie all’Optical Transient Detector, a
bordo del satellite americano Microlab, lanciato nel 1995, e dal Lightning
Imaging Sensor, ospitato dal 1997 a bordo di un satellite frutto della
collaborazione fra la NASA e il Giappone. I due satelliti hanno potuto
trasmettere alla NASA informazioni molto interessanti su questo fenomeno. Ad
esempio, si è potuto constatare che le zone più interessate sono localizzate
nell'Africa centrale, l'area montuosa dell'Himalaya e alcune zone
dell'America del sud. L'area più colpita in assoluto dal fenomeno è situata
attorno alla Repubblica Democratica del Congo: viene colpita annualmente da
81 fulmini per chilometro quadrato. In mare aperto i fulmini sono molto rari
e ai poli praticamente inesistenti. Normalmente un fulmine è composto da un
ramo principale e da molti rami secondari, con il caratteristico aspetto a
zig-zag, determinato dalla ricerca del percorso di minor resistenza
elettrica. La lunghezza può raggiungere i 2-3 Km, con punte di 5 Km in Sud
Africa; quando si verificano tra nubi, i percorsi possono anche raggiungere
i 10-15 Km. E' ormai accertato che le grosse nubi temporalesche
(cumulonembi) sono cariche positivamente nella parte più alta e
negativamente in quella più bassa; esistono diverse teorie che cercano di
giustificare tale situazione, una di esse, abbastanza credibile, è che le
separazioni delle cariche abbiano origine dalle collisioni fra i vari
elementi di nube rappresentati dalle piccole gocce di acqua o dai piccoli
cristallini di ghiaccio, formatisi in seguito alla condensazione o alla
sublimazione del vapore acqueo. All'interno delle nubi temporalesche
esistono forti correnti ascensionali e precipitazioni che innescano
complessi procedimenti di crescita e di interazione dei vari elementi,
determinando le collisioni sopracitate. Il meccanismo della scarica è
tuttavia alquanto complesso e si manifesta in due tempi: Inizialmente dalla
nube scende verso il suolo una scarica debole ed invisibile composta da
particelle cariche negativamente, essa è detta scarica pilota (o scarica
guida o stepped leader) ed avanza verso il basso con una velocità
relativamente piccola (circa 100 Km/s) e con percorsi successivi di breve
lunghezza (circa 50 m). Lungo tale percorso a zig-zag si crea un'intensa
ionizzazione che predispone alla seconda fase. Quando la scarica pilota si
avvicina al suolo, da quest'ultimo parte una scarica "di ritorno" diretta
verso l'alto e composta da un flusso di cariche positive presenti sulla
superficie terrestre. Quando le due scariche si incontrano, esse segnano
nell'aria una specie di scia di congiunzione tra cielo e terra; lungo tale
traccia risale verso la nube una fortissima corrente elettrica ad una
velocità stimata in circa un terzo di quella della luce. La scarica di
ritorno (return stroke) può durare tra qualche decina e qualche centinaia di
microsecondi e libera una quantità enorme di energia di tipo termico, ottico
(lampo), acustico (tuono) ed elettromagnetico. Il canale conduttore, creato
dalla scarica guida, può ramificarsi in parecchie branche, lungo le quali si
possono avere diverse scariche di ritorno giustificando così l'aspetto tutto
ramificato del fulmine, simile alle radici di una pianta. Spesso lungo il
canale conduttore, dopo la prima scarica, si può avere un'altra scarica
guida verso il basso, che innesca un secondo fulmine. Questo può verificarsi
più volte in uno o due secondi, causando l'effetto tremolante nella luce del
lampo. Un fulmine segue generalmente il percorso di minor resistenza
elettrica tra la nuvola e il suolo, che non corrisponde tuttavia al percorso
più breve dal punto di vista geometrico. Ogni cosa che si sopraeleva sul
suolo, come alberi, camini, edifici alti, cime di monti e persino un
individuo a piedi, accorciano quindi il percorso e possono diventare il
bersaglio del fulmine: più l'oggetto è alto, più è vulnerabile. La scarica
elettrica di un fulmine può anche trasmettersi attraverso corpi conduttori
di elettricità, come tubi metallici, fili spinati, mazze da golf, grondaie e
corsi d'acqua. Secondo un'antica credenza, un fulmine non può colpire due
volte lo stesso punto; l'esperienza insegna che ciò non è vero, ad esempio,
nel corso di un anno, l'Empire State Building è stato colpito 48 volte, e la
cima di una montagna svizzera ben 100 volte!
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STEFANO PALLADINO. Italia nucleare
Italia nucleare. Il problema della rimozione delle testate americane e dei
sommergibili atomici. Crediamo che valga la pena riprendere il tema del
Nucleare , perché potrebbe fornire uno dei possibili punti di partenza per
rimodellare i futuri piani energetici nazionali.
Si tratta infatti di un problema molto ben definito, su cui ci sembra
concretamente possibile sviluppare un'azione che coinvolga tutti i paesi che
si affacciano sul Mediterraneo, unificando i movimenti aldilà di altri
possibili punti di divergenza; su cui è possibile rifarsi a normative
internazionali precise, sostenute da efficaci sistemi di controllo
internazionale. Il quadro è presto fatto. Il primo aspetto, anacronistico e
inquietante, è dato dalle 480 testate americane schierate in 5 paesi europei
della Nato, di cui 2 si affacciano sul Mediterraneo: Italia, Belgio,
Germania, Olanda, Turchia (la Grecia si è liberata delle ultime 20 testate
nel 2001). La normativa internazionale esistente è estremamente chiara. Il
TNP è uno dei pilastri del Diritto internazionale (e lo rimane nonostante il
fallimento della recente Conferenza di Revisione): l'Art. VI imponeva (dal
1970) il disarmo nucleare totale (ribadito nel 2000 in 13 passi pratici per
realizzarlo); gli Art. I e II vietano espressamente agli stati nucleari di
trasferire, e agli stati non nucleari di ricevere armi o esplosivi nucleari,
ma anche il controllo, diretto o indiretto, su di essi. Delle 90 testate
presenti in Italia, 50 sono nella base Nato di Aviano, ma 40 nella base
italiana di Ghedi Torre, controllate quindi dalle nostre forze armate,
destinate ai nostri caccia e ai nostri piloti, addestrati per questa
missione. L'Italia è di fatto un paese nucleare. Minaccioso e
destabilizzante, soprattutto per l'area in cui si colloca, è anche
l'arsenale di Israele, che non lo ha mai neppure riconosciuto, anche se è un
segreto di Pulcinella fin dalla sua nascita negli anni `60, e non aderisce
al Trattato di Non Proliferazione (TNP) e che comprende un numero
imprecisato, tra 200 e 400, di testate, sicuramente modernissime. Non si può
a questo punto non porre anche la questione dell'arsenale francese, terzo al
mondo, 350 testate, 4 sommergibili nucleari (2 costantemente in
navigazione), 80 bombardieri strategici, e programmi nucleari che si
proiettano almeno fino al 2040. Ultimo, ma non meno importante, aspetto è
costituito dai sommergibili nucleari di varia nazionalità, con missili
nucleari, che scorrazzano nel Mediterraneo, sostano nei nostri porti
(violando l'efficacia di sistemi di allarme e sicurezza), e dispongono di
basi come quella de La Maddalena. Un aspetto importantissimo, ed unico,
degli armamenti nucleari è che con il TNP venne istituita l'Agenzia
Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), deputata ad effettuare i
controlli (negli Stati non nucleari) con procedure rigorose ed
internazionalmente riconosciute ed accettate. A conferma di questi obblighi
e di questo regime, un parere della Corte Internazionale di Giustizia
stabilì nel 1996 che la detenzione di armi nucleari ed anche il loro uso
come minaccia (e cioè la strategia della «deterrenza», anche quella della
Guerra fredda) violano il Diritto internazionale, il Diritto umanitario e le
norme di rispetto dell'ambiente, e confermò l'impegno ad attuare il disarmo
immediato. Dopo la firma del TNP vi furono accordi internazionali che
istituirono quattro zone Libere da armi nucleari: America Latina (1985),
Pacifico del Sud (1985), Sud Est Asiatico (1995) e Africa (1996). La
proposta di denuclearizzare il Medio Oriente è sul tappeto: essa potrebbe
evidentemente disinnescare notevolmente le tensioni e i rischi di
proliferazione in questa zona, ma ha sempre incontrato la ferma opposizione
di Israele, appoggiato dagli Usa, mentre non ha ricevuto l'appoggio
necessario di altri paesi, in particolare europei. I quali bloccano anche la
proposta di dichiarare il Mediterraneo zona denuclearizzata. Proprio qui sta
il punto. Quest'ultima proposta potrebbe venire ripresa e rilanciata con
forza, unificandola con quella per il Medio Oriente, costruendo un movimento
che si estenda a tutti i paesi che si affacciano al Mediterraneo, una rete
di alleanze con le forze progressiste aldilà di tutte le divergenze, ed
esercitando così una forte pressione sulle istituzioni. Come abbiamo visto,
non dobbiamo inventarci nulla: è tutto scritto, sottoscritto, ribadito,
sancito da trattati e giurisprudenza.
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Stefano Palladino DOSSIER:l'intelligenza artificiale
EFESTO DIO DEL FUOCO: Gli automi. L'idea di costruire sistemi di
elaborazione che imitassero il funzionamento del cervello umano è molto meno
recente di quanto si possa credere, e il primo cenno scritto può esser fatto
risalire addirittura all'Iliade, dove si racconta degli automi costruiti da
Efesto, dio del fuoco.
"Fu il fabbro degli dei. Figlio di Zeus e di Hera, quando nacque la madre
non, lo accettò con amore, infatti, quando lo vide restò terrorizzata dalla
bruttezza dell'essere che la regina degli dei aveva generato, così
vergognandosi di lui decise di scaraventarlo giù dall'Olimpo. Il piccolo dio
cadde nell'oceano dove fu raccolto da Teti e da Eurionome, ninfe del mare,
che lo nascosero in una caverna prendendosi cura di lui. Efesto rimase con
loro fino all'età di nove anni e, pur crescendo brutto e storpio, rivelò
subito delle eccezionali abilità nel forgiare metalli.
Preparata un’officina, all’interno della caverna, egli ricambiò tutto
l’amore ricevuto da Teti ed Eurinome fabbricando per loro gioielli
d’inestimabile bellezza." Oggi, mentre siamo in possesso di mezzi che ci
consentono di sfruttare appieno la potenza del fuoco e del calore, scopriamo
che Tubalcain, Vulcano-Efesto fabbricava automi dotati d'intelligenza ''artificiale''.
Le immagini del dio-mago e del dio-artefice (fabbro, orafo o vasaio che sia)
è comune a molti altri sistemi religiosi, dall’America all'Asia orientale.
Gli automi rientrano nel campo dell'Arte (nel senso più vicino possibile
alla tecnica)... come valore sacro, arte anche come tecnica segreta e magari
maledetta. Col progredire delle scienze informatiche si è venuta affermando
un'ulteriore motivazione allo studio approfondito del sistema nervoso in
generale e del cervello in particolare, ed è quella che punta alla
cosiddetta intelligenza artificiale, il cui obiettivo dichiarato è la
costruzione di apparati di elaborazione capaci di comportamenti che possano
essere definiti intelligenti. Anche limitandoci ad epoche molto recenti,
basterà ricordare come lo stesso von Neumann, benchè talvolta scettico a
riguardo delle connessioni tra cervello e calcolatore (von Neumann, 1951,
1958), quando nel 1945 fu incaricato di stendere le specifiche per un
calcolatore elettronico più potente dell'ENIAC, rimase a lungo indeciso se
ricorrere a una struttura fortemente parallela, analoga a quella del sistema
nervoso, oppure a quell'architettura sequenziale a programma memorizzato che
ancor oggi porta il suo nome; e optò alla fine per la seconda alternativa
soltanto per via delle limitazioni tecnologiche del tempo, che non gli
avrebbero consentito di realizzare una macchina parallela di prestazioni
adeguate (von Neumann, 1982).
Le scarse cognizioni che ancora negli
anni '40 si avevano a disposizione sulla struttura e sulla funzionalità del
sistema nervoso non impedirono a W. S. McCulloch, un neurofisiologo, e a W.
Pitts, un giovane matematico, di proporre un modello estremamente semplice
di cellula nervosa, e di dimostrarne in maniera rigorosa le capacità
computazionali (McCulloch & Pitts, 1943; Pitts & McCulloch, 1947; McCulloch,
1965). In seguito F. Rosenblatt (1958, 1961) estese il modello di
McCulloch-Pitts fino al punto di costruire reti neurali costituite da
cellule artificiali, chiamate perceptron, in grado di apprendere
dall'esperienza (Rosenblatt, 1959). Circa nello stesso periodo B. Widrow e
M. E. Hoff proposero un "neurone adattativo" con cui costruire delle reti di
controllo in grado di adattarsi alle variazioni ambientali (Widrow & Hoff,
1960). Fu soltanto verso la fine degli anni '60, quando l'entusiasmo
prodotto da queste ricerche era diventato ormai enorme (e certamente anche
spropositato), tanto da considerare la costruzione di "macchine
intelligenti" solo come un banale problema tecnologico, che Minsky e Papert
(1969) dimostrarono l'incapacità del perceptron di risolvere determinati
problemi di classificazione, peraltro molto semplici come impostazione. Da
quel momento in poi, la ricerca su questi modelli e sulle loro applicazioni
cessò immediatamente, mentre tutti gli sforzi venivano concentrati
sull'Intelligenza Artificiale classica, basata sull'elaborazione di simboli
anzichè sull'elaborazione distribuita (Minsky, 1963; Feigenbaum & Feldman,
1963), della quale lo stesso Minsky era già uno dei principali esponenti. E’
da citare lo storico convegno di Dartmouth del 1956 in cui ne erano state
gettate le basi. La ricerca sulle reti neurali in realtà proseguiva,
sostenuta solo dall'ostinazione di ricercatori isolati, provenienti per lo
più dal campo neurofisiologico, spesso privi di fondi e costretti a
pubblicare i resoconti del loro lavoro su periodici in gran parte
sconosciuti alla comunità scientifica. Tuttavia, mentre nel periodo d'oro
precedente la gran parte delle ricerche era orientata verso la costruzione
di calcolatori neurali, la ricerca di questo periodo, mirabilmente
esemplificata dall'enorme quanto oscuro lavoro svolto da S. Grossberg (1982,
1987), venne piuttosto rivolta alla modellazione delle reti con lo scopo di
fornire giustificazioni a certi comportamenti ben noti agli psicologi (come
i riflessi condizionati alla Pavlov, o certe illusioni ottiche) ma rimasti
assolutamente inspiegati a livello neurofisiologico.
Il seguito della storia assume per molti versi aspetti abbastanza ironici.
Gli stessi Minsky e Papert, nel loro lavoro critico, avevano individuato
nella struttura ancora troppo semplice delle reti costituite da perceptron
la causa della loro incapacita’ ad essere addestrate ad affrontare certe
classi di problemi, e avevano mostrato come strutture più complesse, dette
perceptron multilivello (multilevel perceptron) potessero superare, almeno
in linea teorica, tali limitazioni; ma ad esse, purtroppo, non potevano
essere applicate le procedure di addestramento allora note. L'algoritmo
necessario fu poi scoperto da Werbos (1974) pochi anni dopo, ma, pur essendo
stato pubblicato in una tesi di dottorato di cui lo stesso Grossberg era
relatore, rimase del tutto sconosciuto; venne ancora riscoperto da Parker
(1982), ma anche in questo caso la comunità scientifica ne rimase totalmente
all'oscuro.
Fu proprio in questo periodo, a dire il vero, che si ebbe un primo risveglio
di interesse nelle reti neurali per merito di due lavori di Hopfield (1982,
1984), un fisico rinomato e autorevole, che non solo per la prima volta
riuscì a quantificare le capacità computazionali dei neuroni formali, ma fu
soprattutto capace, nel corso di diverse conferenze tenute in tutto il
mondo, di convincere centinaia di ricercatori a superare pregiudizi ormai
radicati e a riavvicinarsi alle reti neurali. Fu solo a metà degli anni '80,
quando la procedura di addestramento del perceptron multilivello venne
riscoperta per la terza volta (Rumelhart et al., 1986) sotto il nome di
back-propagation, che la notizia si diffuse in maniera estremamente rapida,
provocando in brevissimo tempo una vera e propria esplosione delle ricerche
nel campo delle reti neurali. Sostenute da una conoscenza del sistema
nervoso significativamente più profonda che non quella della metà del
secolo, ma mitigate anche dalla consapevolezza dei precedenti fallimenti,
sono oggi risorte le speranze (e, in un certo senso, anche le illusioni)
relative alla possibilità di costruire macchine intelligenti, proprio mentre
diventa sempre più evidente come l'intelligenza artificiale "classica",
nonostante la potenza spropositata dei calcolatori ad essa dedicati e il
conseguimento di alcuni risultati certamente pregevoli, come i cosiddetti
sistemi esperti, abbia sostanzialmente fallito pressochè tutti i propri
ambiziosi obiettivi iniziali e si dibatta in una strada senza uscita.
I due approcci all'intelligenza artificiale non potrebbero essere più
diversi, anche se non sono mancati i tentativi di farli in qualche modo
coesistere. L'approccio "classico" è basato sull'elaborazione puramente
sequenziale di entità simboliche: come in una macchina di Turing, nessun
problema può essere risolto se non si conosce un algoritmo che ne determini
la soluzione, se cioè non è disponibile una procedura rigorosamente definita
che dai dati di ingresso produca i dati di uscita, e che quindi possa essere
implementata su un calcolatore a programma memorizzato come quelli che oggi
conosciamo. L'approccio neurale, o più precisamente connessionista, invece,
è basato su una rete di elementi computazionali (cellule) dalle capacità
elementari ma fittamente interconnessi, dove il comportamento "intelligente"
è una proprietà emergente dal complesso delle interazioni tra le varie
cellule; i dati immessi, elaborati o prodotti non sono simboli, ma pattern
di attività degli elementi computazionali; non esistono algoritmi specifici
per la soluzione di classi specifiche di problemi, ma esistono soltanto
procedure standardizzate di addestramento che consentono alla rete di
apprendere dall'esperienza e di autoconfigurarsi nella maniera più
appropriata in funzione dei problemi specifici. Questo concetto, che rientra
nei limiti della normalità quando riferito ai sistemi biologici, diventa
ricchissimo di implicazioni, addirittura rivoluzionario, se applicato
all'elaborazione dei dati mediante macchine artificiali.
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STEFANO PALLADINO : Uragano Katrina
Le conseguenze a catena dell'uragano Katrina.
L'uragano Katrina, definito il "mostro" meteorologico, ha confermato
l'inasprirsi della virulenza degli ultimi uragani della storia americana...
annunciata dagli scienziati di tutto il mondo.Ha anche ricordato l'enorme
debito dell'economia americana nei confronti dell'"Old Man River", come
viene soprannominato il fiume Mississippi.
Il sistema fluviale MissouriMississippi nasce dal lago Itaska e si estende
su 6270 chilometri, coinvolgendo 31 stati dell'Unione e formando il terzo
bacino più grande del mondo dopo quello del Rio delle Amazzoni e del Congo.
E' la grande arteria di trasporto che permette, da un lato alle esportazioni
agricole e manifatturiere del midwest, dall'Iowa all'Ohio, di raggiungere
tutto il mondo; dall'altro di fare arrivare a destinazione le importazioni
di caffé, banane, gomma e soprattutto di petrolio, che transitano per il
porto di New Orleans. L'interruzione dei flussi di greggio e della benzina
raffinata nei 14 maxiimpianti di New Orleans ha portato a una impennata del
costo del carburante e a una carenza in varie zone del paese, con file
chilometriche ai distributori. Cento chiatte sono affondate sul Mississippi.
Novanta navi erano in attesa, venerdì scorso, di poter entrare dal Golfo a
New Orleans per scaricare i prodotti. Katrina ha creato mille guai:
tonnellate di rottami nelle acque, spostamento di masse di sabbia,
cambiamenti della topografia. Nel frattempo l'economia americana soffre. Tra
due settimane la produzione di granturco comincerà ad arrivare nei silos
della "corn belt" che sono già pieni per l'ottimo raccolto dell'anno scorso.
Agricoltori e industrie vogliono esportare le granaglie, ma come faranno
senza passare da New Orleans e senza ricorrere alle ferrovie che hanno costi
troppo alti? E c'è già chi ipotizza che, nel lungo termine, potrebbe essere
messo in crisi uno degli ultimi baluardi della competitività americana: la
ceralicoltura. New Orleans è anche il secondo porto d'ingresso del caffé e
della gomma per pneumatici, mentre Gulfport, nel Mississippi, vicino Biloxi,
è il punto d'accesso delle banane Chiquita e Del Monte. Per ora i traffici
di queste merci sono interrotti: le industrie si affannano a trovare
alternative alla costa meridionale. Il rischio? E' duplice: innanzitutto
l'economia americana, che prima dell'uragano dava segni di discreta salute,
potrebbe subire un forte rallentamento, o addirittura entrare in recessione.
E poi la povertà della Louisiana e del Mississippi, esposta in questi giorni
all'orrore del mondo, potrebbe addirittura peggiorare. La sciagura che ha
colpito gli Stati Uniti d'America, e più in particolare la città di New
Orleans, è destinata a provocare conseguenze più gravi e profonde di quelle
immediatamente intuibili. Tra i cinquanta stati americani il Mississippi è
il più povero, la Louisiana è a quota 41 ed entrambi contribuiscono solo per
il 2% al pil degli States. L'uragano Katrina ha messo a nudo queste pietose
condizioni socioeconomiche, mietendo le sue vittime soprattutto tra i
diseredati afroamericani, i quali, non avendo neanche i mezzi per scappare
da New Orleans, sono rimasti prima in balia delle acque, poi dei ritardi nei
soccorsi.
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STEFANO PALLADINO : l'Enea dello Spazio
La missione ENEIDE dell’Agenzia Spaziale Europea affidata all'astronauta
Roberto Vittori..Gli obiettivi della missione Eneide sono numerosi. La
permanenza di otto giorni nella casa orbitante sarà, infatti, un tour de
force di esperimenti scientifici, una ventina in tutto, concepiti
principalmente da centri di ricerca, università, piccole e medie imprese
italiane, nei settori più disparati, dalla ricerca di base alla biomedicina,
dalle ricerca agroalimentare alle nuove tecnologie aerospaziali.
A Roberto Vittori il compito di districarsi tra le tante sperimentazioni,
come quella del primo sistema di navigazione satellitare per uso spaziale,
un sistema che sfrutta i segnali Gps e Egnos per calcolare con precisione la
posizione delle navette rispetto alla superficie terrestre. Sarà poi
collaudato un naso artificiale, nato dalla sinergia tra l’Università di Roma
“Tor Vergata” e l'Istituto per la microelettronica e microsistemi (Imm) del
Cnr di Roma. “Si tratta di una pompetta dotata di sensori molto sensibili
capace di annusare la qualità dell’aria all’interno della Stazione Spaziale”
spiega Arnaldo D’Amico, responsabile della sezione di Roma dell’Imm.
All’orizzonte si profilano tante applicazioni terrestri: potrebbe essere
utilizzato per rilevare fughe di gas, la presenza di sostanze inquinanti o
di stupefacenti, ma anche per valutare la qualità degli alimenti e persino
nella diagnosi di alcune malattie. Il volo di Roberto Vittori con una
navicella Soyuz verso l'ISS è stato dedicato al ricordo di Enea, il cui
lungo viaggio alla ricerca di una patria condusse alla fondazione di Roma.
Eneide è il titolo del poema epico scritto da Virgilio, uno dei più grandi
poeti dell’età augustea (I secolo a.C.), dedicato alle vicende mitiche che
hanno preceduto la fondazione di Roma. Ispirato all’Odissea e all’Iliade,
l’Eneide narra il viaggio e le battaglie del figlio di Anchise e di Venere
Afrodite, Enea, a cui il Fato ha riservato il compito di perpetuare la
stirpe troiana. Il volo di Roberto Vittori con una navicella Soyuz verso l'ISS
è stato dedicato al ricordo di Enea, il cui lungo viaggio alla ricerca di
una patria condusse alla fondazione di Roma. Eneide è il titolo del poema
epico scritto da Virgilio, uno dei più grandi poeti dell’età augustea (I
secolo a.C.), dedicato alle vicende mitiche che hanno preceduto la
fondazione di Roma. Ispirato all’Odissea e all’Iliade, l’Eneide narra il
viaggio e le battaglie del figlio di Anchise e di Venere Afrodite, Enea, a
cui il Fato ha riservato il compito di perpetuare la stirpe troiana. Da
questa sarebbe poi disceso Romolo, fondatore della città di Roma. Fuggito da
Troia incendiata e spinto dal volere degli dei, Enea, capo e sacerdote della
sua gente, intraprende un lungo viaggio, che a tratti gli appare insensato e
vano, alla ricerca di una nuova patria nella terra del tramonto, l’Esperia.
Giunto nel Lazio, Enea è costretto a intraprendere una furiosa serie di
scontri con le popolazioni locali, nonostante l’iniziale accoglienza
benevola di Latino, che regna su quei luoghi. Il poema si chiude con la
definitiva sconfitta di Turno, re dei rutuli e il più accanito fra i rivali
di Enea. Guidato da un senso di fatalità coraggiosa, Enea è un eroe moderno,
che accetta il suo destino con rassegnazione, pietà, fermezza,
rattristandosi per le dolorose rinunce che il suo sacrificio comporta, ma
consapevole delle conseguenze: la nascita di Roma, apice della storia e
inizio dell’età dell’oro e della pace augustea. Ultimo aggiornamento il
12-06-2005
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Stefano Palladino. ESA: la sonda ROSETTA
La sonda Rosetta dell' Agenzia Spaziale Europea verso la cometa 67/P.
Rosetta ... è la traduzione del nome arabo di un villaggio sul delta del
Nilo, Rashid. Nel 1799, durante la campagna d'Egitto dell'esercito
napoleonico, fu rinvenuta lì una grossa pietra basaltica con strane
incisioni che apparvero subito interessanti. Un paio d'anni dopo, passò in
mano agli inglesi, vittoriosi nella battaglia di Abukir, che la
trasportarono, nonostante i suoi 762 kg di peso, al British Museum: risultò
essere un preziosissimo vocabolario per decifrare in greco il significato
fino allora astruso dei geroglifici dell'antico Egitto. Una scoperta che
spalancò la porta della conoscenza di quella antica civiltà all'origine
della nostra storia mediterranea. Nel marzo dello scorso 2004 è stata
finalmente lanciata, dopo qualche peripezia, dall'Agenzia Spaziale Europea
(ESA) con un vettore Ariane 5, una sonda di tre tonnellate chiamata Rosetta,
con l'obiettivo, ambizioso ma possibile, di inseguire una cometa per andare
ad atterrarvi sopra nel 2014 e studiare "dal vivo" quei ghiacci primordiali,
residui del materiale da cui si è formato l’intero sistema planetario
intorno al Sole circa 4.600 milioni di anni fa. In una cometa, selezionata
opportunamente, sotto il superficiale strato di polvere cosmica protettiva,
accumulata nel suo lungo viaggiare nello spazio per miliardi di anni, si
conservano intatte nel materiale ghiacciato all'interno, le tracce della
storia della formazione iniziale del sistema solare. Informazioni
preziosissime, cancellate dai fenomeni evolutivi avvenuti sulla superficie
di tutti i pianeti e satelliti della famiglia solare. Informazioni nascoste
che questa sonda potrà svelare, aprendo una porta enorme per l'umanità sulla
strada della conoscenza, esattamente come accadde per la "pietra di
Rosetta". Da qui il nome. I pannelli solari di cui è dotata la sonda, estesi
per più di 32 metri, le assicureranno di avere energia sufficiente dal sole
per tutti i 4000 giorni che durerà la missione e fino alla grande distanza
dal sole che dovrà raggiungere per catturare la cometa obiettivo. L'incontro
avverrà dopo 10 anni dal lancio, nel maggio 2014 e nel novembre 2014 un
sondino atterrerà sul nucleo e vi si aggrapperà saldamente scavando in
profondità e tentando di decifrare il misterioso "geroglifico" in cui è
scritta la storia dei primordi del nostro pianeta, della nostra stella e di
noi stessi. Rosetta accompagnerà poi la cometa per un altro anno nel suo
avvicinamento al Sole per documentare sul posto ciò che succede e come si
forma la coda. Concluderà la sua missione nel 2015. Centrare la Cometa è
un'impresa molto complessa che richiede una lunga serie di manovre nel tempo
e una gran quantità di carburante, per poter sincronizzare le due orbite. In
una di queste manovre Rosetta è passata molto vicina alla Terra, nella
giornata di venerdì 4 marzo 2005, per ricevere una fiondata gravitazionale
che l'ha lanciata verso Marte e lì, il 26 febbraio 2007, un’altra fiondata
verso la cometa, risparmiando così carburante. Nella serata del 4 marzo la
sonda si è avvicinata alla Terra fino alla distanza minima di 1.900 km sopra
il cielo del Messico. Subito dopo il tramonto, prima di arrivare sopra il
Messico, ha attraversato il nostro cielo ad un'altezza di circa 10.000 km.
In Messico è stata visibile ad occhio nudo, ma qui da noi è apparsa come una
debole stellina, visibile al binocolo, mentre attraversava il cielo da
sud-est verso sud-ovest in poco più di tre ore, raggiungendo un'altezza di
circa 60 gradi sull'orizzonte sud e tramontando poco prima delle 21.
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STEFANO PALLAINO. DDT e distillazione globale: la fame nel mondo
Qualcuno potrebbe spiegare perché è moralmente accettabile che nei paesi
occidentali il cancerogeno DDT sia bandito da molti anni e nei paesi in via
di sviluppo invece è lecito? A dirlo è una ricerca shock dell'Unione
europea. Che ha scoperto che nei laghetti cristallini a 2500 metri di
altezza c'è 1000 volte più Ddt che a livello del mare. Colpa delle gelide
temperature delle vette e degli antiparassitari evaporati da Africa e India
che si concentrano sui nostri monti. Ma soprattutto delle miopi politiche
dell'Occidente "Vado in montagna a respirare aria buona, finalmente". Un
luogo comune ma almeno, si pensava, anche una certezza. E invece no,
l'illusione è finita. Assediati dal benzene in città, impiastricciati di
petrolio al mare e perseguitati dall'insalata transgenica, ora tocca alle
alte vette immacolate. Che immacolate non lo sono più, dopo che uno studio
dell'Unione europea ha scoperto che i laghetti azzurri della Alpi, quelle
irraggiungibili oasi cristalline sopra i 2500 metri, sono più inquinati
dell'idroscalo di Milano. Per la spietata precisione, contengono 1000
(mille) volte più Ddt dei laghi al livello del mare. "Abbiamo sempre detto
che l'ecosistema alpino è rimasto intatto - ha commentato Roland Psenner,
docente all'Università di Innsbruck, in Austria e uno dei ricercatori
coinvolti nello studio - Adesso è meglio dire che è si isolato, ma non più
così intatto...". Cosa è successo? Che le Alpi, maestose e all'apparenza
inviolabili, agiscono come dei "magneti" nei confronti delle sostanze
inquinanti presenti nell'atmosfera. Il meccanismo, spiegano gli scienziati,
è semplice: le permanenti temperature sotto lo zero a livello delle cime
alpine fanno "concentrare" il Ddt evaporato sopra l'India e l'Africa (che
ancora fanno uso del vecchio antiparassitario bandito in Occidente 15 anni
fa) che infine precipita sulle montagne per un fenomeno chiamato
"distillazione globale". "Il Ddt circola intorno alla Terra dove c'è caldo,
ma resta intrappolato dove fa freddo - dice Psenner - Sapevamo che questo
succedeva ai poli, ma finora nessuno sospettava che lo stesso fenomeno
avvenisse sulle Alpi o sui Pirenei". E dal Monte Bianco fino alla Marmolada,
da Saint Moritz fino al Tarvisio, sopra i 2500 metri c'è neve e ghiaccio 8-9
mesi su 12. A conferma del problema anche il fatto che, nonostante la grande
distanza dalle zone agricole o industriali, i pesci dei laghetti alpini
presentano gli stessi sintomi da accumulo di sostanze inquinanti chiamate
Pop (persistent organic pollutants) dei pesci di pianura. Una contaminazione
"sotto i livelli considerati pericolosi per l'uomo" precisa Psenner, tanto
che "le trote pescate a 2500 metri si possono mangiare". Sarà, ma tra mucche
pazze, pomodori mutanti e prosciutti alla diossina non è la prima volta che
ci si sente dire che tutto va bene. Senza scordare la oramai celebre beffa
dell'atrazina, quando qualche anno fa si scoprì che l'acqua dei rubinetti di
mezza Italia aveva livelli di diserbante superiori a quelli legali.
Conseguenza: il governo alzò per legge la quantità permessa, facendo tornare
l'acqua potabile "per legge". L'indagine dei ricercatori austriaci si è
concentrata su tre laghetti sopra i 2500 metri vicino a Innsbruck,
ghiacciati tre quarti dell'anno. Una curiosità: in origine non c'erano
pesci, a introdurre le trote sarebbe stato l'imperatore Massimiliano I
qualche secolo fa. Comunque sia, oggi le acque turchine nascondono il
pericolo Ddt, una molecola conosciuta per i suoi effetti tossici e
cancerogeni che entra nelle catene alimentari per accumulo nei grassi. Lo
trovarono perfino nei pinguini e nelle foche. In più, sia l'antiparassitario
che altre sostanze inquinanti, hanno un effetto ormono-simile o
estrogeno-simile. Riuscendo ad alterare l'equilibrio endocrino di alcuni
animali. E ancora mancano ricerche sui mammiferi e roditori alpini come
camosci, marmotte, conigli, volpi. Altra sfortuna: le Alpi non possono
sfruttare nemmeno "l'effetto cavalletta". Le sostanze inquinanti infatti
passano facilmente dallo stato solido a quello liquido e gassoso anche con
piccole variazioni di temperatura. Così le nuvole contaminate passano su una
zona fredda, i Pop cadono a terra, la temperatura magari si rialza di
qualche grado e queste rievaporano e si spostano fino a trovare un'altra
zona fredda. Su e giù, insomma. Un meccanismo che le costanti basse
temperature delle vette alpine non permettono. E il Ddt resta intrappolato
nelle acque del Gossenkoelle See e degli altri laghi studiati. Un principio
elementare: più fa freddo e più si concentrano gli inquinanti. Conclusione?
Bandire Ddt e simili dalle campagne del mondo. Ma non è così facile: molti
scienziati avvertono che un divieto immediato provocherebbe carestie e
malattie nei Paesi poveri. Il classico stallo. In realtà, suggerisce Psenner,
c'è un'alternativa: "Non può essere una colpa quella di cercare di
proteggere il proprio ecosistema. Ma lo è non riuscire ad offrire al Terzo
Mondo, dopo 50 anni, qualcosa di meglio del Ddt". Fonte: Nautilus
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